martedì 5 febbraio 2013

come un orso in una gabbia



Sì a volte mi sento un orso in una gabbia. Quello da far guardare ai bambini. L'esempio di come l'uomo ha ammaestrato la natura. Oggi siamo di fronte ad una nuova, e potenzialmente esplosiva, questione di classe e, come sempre, ad un acuirsi della mai risolta questione meridionale. Io sono meridionale e la mia famiglia è senza dubbio alcuno una famiglia di immigrati poveri. Eppure, oggi, dopo anni di studi e di vagabondaggi, io faccio il ricercatore all'Università. Ho dovuto emigrare anche io perché il sistema formativo del paese è stato raso al suolo. Eppure mi sono in qualche modo “elevato” rispetto alla mia condizione sociale di partenza. Per intenderci in Italia i figli di operai non scolarizzati che raggiungono la laurea rappresentano circa il 2 % degli iscritti. Quest'anno gli iscritti diminuiscono e non diminuiscono in modo omogeneo, l'omogeneità non esiste, ma i numeri ci dicono che il tasso di abbandono del percorso formativo è più alto tra chi arriva dalle scuole tecniche, da un punto di vista sociale, e dal sud Italia dal punto di vista geografico. Ecco, l'articolista non ci dice che spesso questi due indicatori si sovrappongono. Sei povero, vieni da un'area povera, ti iscrivi ad un professionale o ad un tecnico perché la prospettiva di lunga durata di una formazione liceale ti spaventa...ed, infatti oggi, la rimani. Alla ricerca di un impiego dequalificato perché l'università costa troppo perché i costi di un figlio fuori sede sono enormi. Perché in fondo chi se ne frega di prendere la laurea...tanto il lavoro non c'è. Quindi tanto vale restare disoccupato e con poca cultura che avere una vasta conoscenza delle ragioni della tua disoccupazione. Che poi capirlo mica ti aiuta a non essere più disoccupato, quindi, tanto vale andare a fare il cameriere con il diploma che con la laurea. Senza dimenticare che se sei al sud d'estate puoi fare lo stagionale e d'inverno qualche lavoretto per il “signore” del paese lo rimedi sempre. E si sa che i signori del Sud la letteratura comparata non l'hanno mai amata tanto. Vi è stato un momento in cui avevano bisogno di avvocati che li mettessero al riparo dalle patrie galere o di commercialisti che mettessero al sicuro i loro patrimoni. Oggi si candidano in parlamento fanno i condoni tombali, cambiano le leggi e via. Vuoi mettere quanti soldi risparmiati?
Mi sembrano passati secoli dal mio esame di 3 media. Avevo la febbre alta quel giorno. Mia madre mi accompagnò intabarrato come se stessi partendo per il fronte sul Volga. Alla fine dell'esame i miei professori di allora consigliarono ai miei genitori di iscrivermi al liceo. Mamma piena d'orgoglio...papà che mi guarda scettico e pensoso. Il liceo? E che se ne fa del liceo chiede ad una segaligna docente di lettere ex militante di Lotta Continua. Quella lo guarda con uno sguardo che allora mi diede un fastidio epidermico e che ho imparato a riconoscere, e ad odiare, negli anni, e gli risponde: beh la cultura è cibo per la mente. Mio padre, che ha sempre dovuto combattere per mettere in tavola il cibo per la pancia la guardò un po' confuso ma alla fine si fece convincere dall'entusiasmo di mia madre a cui, forse, non pareva vero di avere un figlio al liceo. Papà fino all'ultimo mi chiese se non avessi preferito diventare perito. Perito. Quanta storia e quanto orgoglio operaio in questa parola. Mi diceva diventa perito informatico..poi vedrai. Avessi fatto l'idraulico sarei senz'altro più ricco. Il resto è storia, personale, politica e di grandi botte di fortuna. Ecco sì, perché in realtà quasi tutto si riduce a quello. Sono stato sfacciatamente fortunato. Papà ha ceduto, ho incontrato persone molto più intelligenti di me che mi hanno spinto a leggere ed a cercare di capire. Una sola cosa non va via..come un tatuaggio. Io sono povero. Lo sguardo di quella professoressa di lettere della periferia di Milano che guarda mio padre...lo sguardo di alcuni colleghi che mi additano come l'orso in gabbia..come l'esempio che la scalata sociale è possibile ed il mio senso di estraneità ad entrambi i mondi che, a volte, mi fa quasi piacere la gabbia..me la fa quasi desiderare. Poi, però, mi rendo conto che quella è una gabbia. A questo se non altro è servito leggere tutte quelle fesserie...a rendermi conto che sono un orso in gabbia. Gioco con la palla, faccio lo slalom tra i birilli su una biciclettina scintillante in cambio di un favo di miele. Però riconosco la gabbia come tale, i birilli vorrei spaccarveli in testa e la bicicletta vorrei mi portasse via. Se non avessi studiato almeno un poco non ci riuscirei. Sì perché in assenza di istanze politiche che si accostino con rinnovato spirito anche pedagogico ai poveri..quelli accetteranno sempre la loro condizione come naturale. Intendiamoci un povero rimane povero per sempre, lo vedi da molte piccole cose. Avete mai visto come un povero si rimira quando mette un vestito un poco meno dozzinale del solito? Avete mai visto un povero lasciare del buon cibo nel piatto? Se sei povero lo rimani..averne coscienza è, però, il piccolo, enorme passo che ti separa dalla consapevolezza della gabbia.

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