venerdì 28 marzo 2014

MI ha rovinato il cinema

Chissà che cazzo m'è venuto in testa quando ho deciso di fare lo storico. Il trapezista, mangia-fuoco, aiuto cuoco, ladro, qualsiasi altra cosa sarebbe stata meglio. Avrei potuto cantare sulle navi. Invece no. Non bisognerebbe mai indulgere alle passioni ideali che sorgono dopo i 30 anni. E invece ho fatto pure questo. Oramai ho passato i 40..so fare molte cose ma credo che, a questo punto, il mio mestiere sarà questo..almeno per un po'. Poi chissà magari un giorno il locale belle epoqué che volevo aprire quando ero ragazzino. Una cosa a metà tra il Cotton club e l'Harris bar di Casablanca. Maledetti pomeriggi estivi. Son stato distrutto dal cinema. Non sono un cinefilo per carità. Semplicemente quando ero ragazzino le TV di Berlusconi erano ancora in grado di trasmettere qualcosa di quasi decente. Spesso ad orari folli tipo le 3 del pomeriggio. Fine giugno, periferia di Milano, io avevo 8 anni e mia madre non mi faceva uscire che per lei era controra. Piccolo inciso la controra, per tutti coloro nati sopra il maledetto Po (speriamo si secchi...), è quel momento della giornata in cui fa troppo caldo per fare qualsiasi cosa. Quindi si sta in casa e si fa la siesta. Seeeeee. Io son scappato dall'asilo a 4 anni perché non volevo fare il riposino, ho l'insonnia dal '91. Quindi stavo in casa e guardavo la TV. A quei tempi potevi addirittura lasciare un bambino da solo davanti alla tv di pomeriggio. Oggi impazzano schiere di mignotte sotto la doccia. A quei tempi no. E quindi via, di pomeriggio Casablanca di sera Sergio Leone con papà. Quando non trasmettevano spaghetti western grandi abbuffate di cannoni di Navarone, oche selvagge e l'immancabile Totò. Poi dici che son venuto fuori strano; mica è colpa mia. Quando cresci volendo essere Steve McQueen o sogni di gestire un covo di spie in Africa del Nord a suon di jazz, il disastro è annunciato. Quando prima di addormentarti ti metti davanti allo specchio, e sali sulla sediolina del bagno che allo specchio se no non ci arrivi bene e ti reciti: "Sai amico, in questo mondo ci sono due tipi di persone: quelli con la pistola e i coglioni, tu sei un coglione” non c'è niente da fare il tuo essere ne rimane in qualche modo impregnato. Poi hai voglia a metterci su un poco di cultura e di buone maniere raffazzonate qua e la. Il pistolero dagli occhi di ghiaccio ecco cosa vuoi essere. Sei Rick che vuol dire ad Ingrid Bergman: “ so che capirai..buona fortuna bambina!” E allora suonala Sam. Suonala un ultima volta. Come lo spieghi poi che ti viene il romanticismo infantile nei momenti meno appropriati? Il cinema m'ha rovinato il cinema. La prima sigaretta che ho fumato è stata una camel perché le fumava Bogart. Ho sempre amato Parigi per colpa di Brando. Poi ho scoperto che era pure un po' omosessuale e ci sono rimasto male. Non per lui. Cazzi suoi. Ma io a 15 anni ci ho costruito interi pezzi del mio immaginario erotico. A 16 volevo fare il postino per incontrare Jessica Lange. E poi vuoi mettere Sandokan? Salgari, l'accento a me viene ancora sbagliato ma me ne fotto, l'ho letto per colpa di mia madre che era innamorata di Kabir Bedi. E poi la fantascienza, ho cominciato a 9 anni a leggere Asimov perché mi piaceva Star Trek...non ci ho capito nulla e la trilogia sulla fondazione ho dovuto leggermela altre 2 volte..però vuoi mettere? Persino il trash poteva diventare uno spunto. A 12 anni ascoltai Mike Buongiorno dire che mentre tornava in America dall'Italia, dove aveva fatto il partigiano, sulla nave che prese da Genova misero su Moonlight serenade di Glenn Miller...altra grande epifania. Poi mi si chiede perché faccio lo storico...mah credo mi abbia rovinato il cinema. Perché poi, drammaticamente ed in età un poco più adulta. È arrivato quello sociale. Il neorealismo, se lo scopri a 22 anni e siamo negli anni 90, può impedirti di vivere serenamente. Da Rosi in avanti è stata tutta una fatica, una salita, o forse una discesa, disperata nei meandri delle disgrazie umane, politiche e sociali dei popoli. Nemmeno al cinema ci si poteva più rilassare. Niente, nessuno spazio era concesso ed allora i ricordi dei seminari sul cartone animato cecoslovacco mi raggiungono nella notte. Il realismo sovietico applicato alla pedagogia spicciola. A me piaceva Goldrake...no è imperialista. Maratone infinite di film vietnamiti, di pellicole LGBT, di documentari sulla cultura afro-americana nei ghetti di Potenza e di altre amenità che avrebbero distrutto l'anima e la mente di chiunque. Ho passato anni senza andare al cinema. Ora mi sono un po' affrancato ed ho reagito con una violenza inaudita: guardo zombie, fantascienza di serie z, horror su possessioni demoniache d'ogni genere, film catastrofici e pellicole senza ne capo ne coda e...mi diverto!
Certo ogni tanto, nei pomeriggi d'estate o nelle notti insonni torno a rivedermi Casablanca, poi vado in bagno prima di dormire e mentre esco, guardando di sfuggita lo specchio, mi recito...play it again Sam, sperando ancora di svegliarmi nei panni di Bogart...che ci devo fare? M'ha rovinato il cinema.

martedì 7 gennaio 2014

congiunture, crisi e amenità varie...

Il 2014 sarà l'anno della rinascita economica europea...l'hanno detto, promesso, giurato. Peccato lo facciano da almeno 4 anni. Poi la situazione, inesorabilmente, peggiora e le stime di crescita vengono posticipate all'anno successivo. Nel frattempo quest'anno vi saranno le elezioni europee. Il dibattito impazza. Ben 200 intellettuali facenti parte delle più disparate correnti della sinistra europea si scatenano in tentativi di sostenere o demolire la candidatura unitaria del leader greco Alexis Tsipras. La realtà è che nessuno, a parte piccoli personalismi terlizzesi scarsamente degni di nota, ha qualcosa da obiettare alla candidatura del maggior esponente di Syriza. Che il segretario della maggiore coalizione della sinistra greca, forte di circa un terzo dei voti, sia il candidato di un raggruppamento anche vagamente anticapitalista è assodato. Il problema sorge sulla definizione di anticapitalista. Questo, forse, accade perché non siamo ancora riusciti a definire sinteticamente la fase del capitalismo che stiamo attraversando e, di conseguenza, la natura di questa specifica crisi ci sfugge. Molte sono le caratteristiche nuove, o ammantate di nuovo, di questa fase dello sviluppo capitalistico che tracciarne una sintesi è divenuto una sfida nella quale la sinistra rischia di giocarsi non solo la propria identità, come già ampiamente accaduto alla socialdemocrazia, ma persino il proprio ruolo storico, come accaduto a quella rivoluzionaria. Il problema è piuttosto cogente dato che le descrizioni sintetiche sono necessarie alla politica per almeno due ordini di motivi sia come strumento analitico sia per poter trasformare quell'analisi in proposta quotidiana e di lungo respiro, sia tattica che strategica.
Questa, dunque, la fase da un punto di vista soggettivo; una sinistra dispersa e priva di una strategia. Una sinistra che ha vissuto di tattica per alcuni, pochi, anni successivi alla scomparsa del blocco socialista ma che è poi sprofondata nella sconfitta. Una sconfitta che è, come sempre, sia materiale che culturale. E non poteva essere diversamente. Incapace di comprendere i mutamenti profondi delle società ha smarrito la capacità anche solo di costruire cultura alternative al pensiero neoliberista. Nel suo ultimo intervento Negri ha sottolineato come questa tornata elettorale sia di importanza cruciale per la sinistra e di come non ci si potrà rallegrare per l'alto tasso di astensione previsto né tanto meno per l'avanzata delle forze anti-europeiste. Raramente mi è capitato di essere più in sintonia con Negri. Non è infatti rinchiudendosi dentro vecchi scemi nazionali ed a volte nazionalisti che si può oggettivamente pensare di portare una sfida reale ad un capitale sempre più globalizzato. E quelle forze anti-europeiste a cui si guarda come interessanti soggetti con cui dialogare sono spesso composte da elementi contigui al neofascismo che si cela dietro vecchissime coltri quali la non appartenenza agli schieramenti, la lotta contro i privilegi di casta acquisiti, innegabilmente acquisiti, dai partiti. Forse un modo per cominciare, o continuare, a ragionare di crisi e di sinistra è proprio ripartire da quest'ultimo verbo: acquisire. La cosiddetta casta, infatti, non ha guadagnato, non ha neppure conquistato dei diritti o dei privilegi. Li ha acquisiti. L'acquisizione è una forma di redistribuzione del potere autoreferenziale. Una forma di redistribuzione del potere da cui discende la modalità sociale di gestione/accaparramento della ricchezza. Per utilizzare un vecchio adagio caro a Said la modernità sancita dalla Rivoluzione francese ha fatto sì che la ricchezza un tempo legata al diritto di nascita divenisse essa stessa base fondante del potere oramai slegato dal sangue. L'acquisizione delle risorse era un diritto legato al sangue tipico delle società pre-moderne. È stata la rivoluzione francese ad invertire , ad effettuare una vera e propria rivoluzione copernicana, legando il potere al denaro e non viceversa. Il borghese diveniva potente perché ricco. Quello che, mi pare, stia accadendo oggi è una nuova inversione del paradigma; la scossa della rivoluzione giacobina ha permesso una mobilità sociale relativamente breve che è stata poi reiterata più in forme mitologiche che nella realtà delle dinamiche sociali. Da Marx a Bourdieu molti sono stati i pensatori che hanno sottolineato una tendenza del capitalismo, di quello nazionale prima e di quello globale poi, a sfuggire alla mitologia borghese della mobilità delle classi per ricreare un sistema di ceti.
Questa tendenza è divenuta più forte in quei paesi che hanno legato le fortune del proprio sistema economico ad un alto intervento dello Stato come in Italia. Questo intervento infatti se da un lato ha temperato alcune delle storture più inaccettabili del liberismo ha anche assegnato un enorme potere di gestione delle ricchezze, e quindi del potere, ad un gruppo di burocrati che si sono cristallizzati in una sorta di Secondo Stato, se mi si passa la similitudine con il ruolo giocato dal clero nella Francia del XVIII secolo. Vi sono stati degli aggiustamenti e degli scossoni anche forti a questo stato di cose. Scossoni sia chiaro quasi tutti interni alla classe/ceto borghese ultimo dei quali, per quanto riguarda l'Europa occidentale, è stato il movimento del '68. Per la prima volta sul finire del decennio '60 del '900 il meccanismo di reclutamento delle élite tornava ad essere basato sul capitale sociale e non più sulla meritocrazia che aveva contraddistogli anni dell'immediato dopo guerra. La recente apertura degli studi universitari alla maggioranza dei giovani appariva per ciò che realmente era: il reclutamento di tecnici specializzati che sarebbero stati, al massimo, addetti al controllo della produzione ed al superamento del fordismo. Contro questa tendenza si sono scagliati i giovani studenti affiancati per un poco dalla rabbia operaia composta soprattutto da ragazzi meridionali deportati al Nord. Che i primi siano riusciti a soppiantare la vecchia élite mentre gli altri abbiano patito una cogente e storica sconfitta è un dato, ad oggi, difficilmente contestabile. È stata la generazione contestataria e comunque borghese, uscita dalle aule dei principale atenei del paese, a divenire ceto/burocratico che ha materialmente gestito il tramonto del fordismo in economia e la creazione di un sofisticato meccanismo di acquisizione delle risorse pubbliche avviando al contempo i processi di privatizzazione della macchina pubblica con un repentino spostamento non solo di denaro e potere ma anche con una ridefinizione profonda del ruolo della burocrazia e, soprattutto, della politica. Il motivo che sottende questo processo di privatizzazione spiega, ovviamente solo in parte, la natura di questa crisi che è tutta congiunturale e rimane interna al capitalismo.
Questo processo politico a cui abbiamo accennato brevemente è stato accompagnato da una potente campagna culturale che dura da almeno 30 anni rispetto alle meraviglie del libero mercato e dalla necessità assoluta delle privatizzazioni di ogni asset pubblico. Per dirla in termini marxiani, però, questi sono aspetti sovrastrutturali che indicano la direzione in cui guardare se si vogliono comprendere i meccanismi interni dello sviluppo delle forze produttive. Senza andare a rispolverare la caduta tendenziale del saggio di profitto, che pure spiega ancora alcuni aspetti centrali di questo momento storico quali il proliferare di nuovi conflitti a sfondo imperialista, uno degli elementi centrali per comprendere forse un poco meglio questa fase è il concetto di accumulazione originaria. Secondo Marx attraverso l'esercizio del potere politico fu possibile creare le precondizioni necessarie alla nascita del capitalismo come sistema economico e sociale. La trasformazione delle terre comuni in private nell'Inghilterra del XVII secolo ebbe come ricaduta immediata la nascita di un nuovo proletariato, contadini poveri che dovettero mettersi sul mercato come mera forza lavoro una volta privati dell'accesso di sussistenza alle terre comuni, e di un mercato. Quegli stessi contadini che prima potevano ricavare dalle terre comuni alcuni beni di consumo erano, poi, obbligati a comperarli. Secondo Marx questo fu una specie di primo calcio, l'avvio del motore del capitalismo. In quanto tale avrebbe dovuto essere un evento unico e sostanzialmente irripetibile. Come ci insegna Balibar però il capitalismo non è la sola forma di produzione delle merci che esiste ma è solo quella egemone. Contemporaneamente ad esso sopravvivono o si sviluppano forme altre che a volte poco hanno a che fare con il capitalismo in strictu sensu; parimenti nelle sacche create dalle contraddizioni sociali del capitalismo stesso nascono forme di produzione di beni e servizi, come le cooperative, non pienamente capitaliste. In questo caso, senza entrare nel progressivo deperimento del capitale politico e sociale che un tempo era rappresentato dalle cooperative, è interessante soffermarci sul vero core della questione: la privatizzazione di ciò che era, o ancora rimane, patrimonio pubblico. LA privatizzazione, ad esempio, di un ospedale invera in un solo colpo la teoria di Marx sull'accumulazione originaria. Di colpo infatti privatizzando un edificio e tutte le macchine che si trovano al suo interno si procede ad una spoliazione di un mezzo di produzione e si creano una massa di nuovi proletari che dovranno vendere la propria forza lavoro al nuovo padrone. Il processo poi di creazione di un mercato è poi immediata in quanto tutti i cittadini che avevano maturato un pezzo di salario accessorio in forma di welfare stare diverranno di colpo clienti.

La crisi, credo, si possa leggere in questi termini. O almeno anche in questi termini. E se questi sono i termini il mio problema continua a non essere Tsipras o le istituzioni europee ma come, anche dentro ed introno quelle istituzioni siamo in grado di far rinascere il conflitto. Non tanto e non solo perché credo sia una parte ineludibile della politica ma anche solo come difesa democratica datosi che i fautori della fine della storia e della lotta di classe il conflitto lo operano ogni giorno...contro di noi...

giovedì 10 ottobre 2013

Fascisti a 5 stelle

Certo accorgersi solo oggi che il M5S è un movimento di destra mi sembra francamente un poco ingenuo. Per mesi ci si è nascosti dietro una categoria effimera come quella di populismo. Non che non sia vero, ed anche oggi Grillo e Casaleggio, lo hanno confermato dicendo che se fossero andati in campagna elettorale proponendo l'abolizione della Bossi-Fini il loro movimento avrebbe preso percentuali da prefisso telefonico. Forse è vero. Forse no. Ma francamente m'interessa poco. La grande differenza tra i partiti politici ed i movimenti, soprattutto quelli smaccatamente populisti ma si potrebbe tranquillamente dire che i movimenti un poco populisti lo sono tutti, è esattamente questa. I partiti, le strutture si organizzano intorno ad un'idea. Intorno anche ad un sistema di idee e di valori. E quelli non solo li portano avanti ma dovrebbero insegnarli. Non è brutto insegnare. Anzi. Avere qualcuno che avendo dedicato molto tempo a comprendere un fenomeno ce lo spieghi o ci dia gli strumenti per arrivare a comprenderlo meglio è la base del progresso umano. Ma questo presuppone strutture che agiscano in profondità nelle società e soprattutto presuppone sforzo collettivo. Avere due padroni guru che ti spiegano la realtà a forza di insulti e di strilli è decisamente più facile. E soprattutto non dite che questa è la nuova forma della politica che le società sono più complesse e, di conseguenza, necessitiamo di strumenti come questi per portare a sintesi le nostre difficili esistenze. Forse avremmo anche bisogno di strumenti nuovi ma questi non lo sono. Non vi è differenza tra gli slogan all'olio di ricino e le invettive di Grillo mi spiace non ve n'è alcuna. Non vi è differenza tra la crociata antipartito di questi nuovi puritani e le invettive antisistema delle SA. Usavano le stesse parole. Anche nel 1932 i nazisti in campagna elettorale dicevano che il sistema era corrotto e che i partiti erano composti da ladri. Loro, i nazisti, erano la sola risposta organica alla crisi. Oggi, mentre viviamo un'altra drammatica crisi del capitalismo, Casaleggio dice che i votanti, i militanti e i dirigenti del M5S sono un tutt'uno. Carl Schmitt scrisse che il Furher non aveva bisogno degli strumenti vecchi ed obsoleti della democrazia rappresentativa perché lui era in contatto diretto con lo spirito del popolo...ecco per chi ancora non avesse capito questo mi sembra francamente più che sufficiente. Siamo di fronte ad un partito di destra. Ma non perché proponga forme di società che siano immediatamente inscrivibili a quella cultura politica ma proprio perché non proponendone alcuna e sfruttando la sofferenza provocata dalla crisi economica, M5S imbocca un percorso identitario che sfocia ineluttabilmente verso approdi anti democratici. Imboca questa strada facendo quello che tanti altri movimenti, alcuni sfociati in regimi molti altri fortunatamente no, hanno faatto in passato: semplificando e demonizzando. La realtà è semplice il movimento fornisce 5 parole d'ordine confuse ma che appagano il momentaneo disagio di ampi strati di popolazione e che si azzarda a criticare è un nemico. Facile, semplice e pericolosissimo. Pericoloso perché p esattamente il contrario della democrazia che prevede tempi lunghi dibattiti estenuanti e noiosi tra persone possibilmente preparate a non dire solo fesserie che portano voti. La democrazia vuol dire anche a volte passare mesi e addirittura anni a convincere milioni di persone che il benessere dei molti viene prima di quello dei singoli. Ecco perché le affermazioni rilasciate oggi in tema d'immigrazione non mi dicono nulla di nuovo su questi signori. Mi dicono solo che oggi in Italia non abbiamo un fenomeno come Alba Dorata o non c'è il Front Nacional al 24% (bei sondaggi per le europee) perché ci sono loro. Le frustrazioni per la gestione immorale della crisi da parte del PD e del PDL sono incarnate dal M5S un movimento e non un partito perché un partito ha istanze democratiche al suo interno. Possono funzionare o meno, ma esistono. Possiamo criticare i partiti ma non è un duo di imbecilli strilloni che può sostituire il farsi pensiero ed azione collettiva. Il miraggio della partecipazione attraverso la rete si sta rivelando per quello che è: una modalità di controllo. La rete è in fondo un mezzo di produzione. Ci si organizza intorno ai mezzi di produzione non dentro di essi. Altrimenti la sussunzione che quel mezzo provoca sulle coscienze collettive e singole arriva a disgregare la capacità di pensare qualcosa che sia al di fuori di quel modo di produzione. Anzi si finisce non soltanto per esserne dominati, militando in movimenti para-fascisti pensando che siano l'alba di un nuovo mondo, ma per riprodurre sia all'interno che all'esterno le dinamiche di sopraffazione che si volevano abolire. I partiti fanno schifo aboliamoli con la democrazia diretta e se poi ci si accorge che la democrazia diretta non è pensabile dentro lo schema che ci siamo dati chi se ne frega oramai ce lo siamo dati e quindi deve funzionare per forza. E se qualcuno dall'esterno, ma persino tra le nostre fila, osa muovere una critica è chiaramente un nemico, va espulso. Non ci si dibatte. Non c'è il dibattito. Il dibattito è brutto è roba da politicanti. Non si discute lo si espelle. Del resto essere un tutt'uno implica l'assenza del dissenso. Ovunque manchi o anche solo laddove venga ostacolato c'è sempre presente il fantasma del totalitarismo. Il totalitarismo in fondo è facile. Il dibattito e la democrazia son complicati. Avere padroni che ti dicono cosa fare è semplice essere in grado di prendere decisioni autonome e libere è difficilissimo. La libertà è il più difficile diritto non solo da esigere ma soprattutto da praticare. Vuoi mettere quanto è liberatorio un vaffanculo? Quasi quanto un me ne frego!

mercoledì 18 settembre 2013

Incubi portoghesi e scaramanzia meridionale

Non so come ad un certo punto alzai gli occhi e incontrai gli occhi di Livia, ci salutammo, e in quel momento lo scoppio.


Sono ancora a Lisbona. Città che, come sempre, mi piace. Mi diverte andarmene in giro, mi piace dare al mio spagnolo un accento buffo. L'altro giorno per la prima volta mi hanno scambiato per portoghese! L'han fatto perché son gentili. Appena accelerano me li perdo. Ma non c'è leggerezza in queste settimane. C'è tensione, c'è rabbia. Cammino, cammino tanto. E senza accorgermene mi ritrovo spesso nei luoghi del neofascismo internazionale che il regime salazarista, insieme ad altri, ha cullato tra le colline di questa splendida crosta belle epoque. Sotto la crosta c'è tanto altro. C'è il ricordo di quello che è stato. E qui quel ricordo è, allo stesso tempo, attutito dall'ovatta azulejos di questi edifici che si arrampicano su vicoli ripidi e scoscesi, ed amplificato dai visi dei vecchi scavati dalla dittatura. L'altra sera si rifletteva con un'amica rispetto ai diversi atteggiamenti di fronte alla questione della memoria recente. Lei ogni volta che incrocia una persona over 70 lo pensa come un perseguitato che avrà subito indicibili angherie da parte del regime. Io li scruto e vado alla ricerca di un ghigno, di una deformazione fisica, anche impercettibile, che me li additi come torturatori della PIDE felicemente in pensione. Impuniti. Chiunque abbia la nordica sfrontatezza di andarsene in giro con gli occhi chiari mi suona come un nipote di un Waffen SS. Un accento francese, soprattutto se del Sud o dell'ovest mi scatena incubi tremendi su ufficiali dell'OAS venuti qui ad addestrare gli aguzzini che compirono massacri in Portogallo, in Angola, In Mozambico...e da ultimo anche in Italia. La strage di Brescia in particolare ma non solo. Erano qui. Camminavano le mie strade. Eppure sono rimasti inafferrabili ombre. Sappiamo tante cose. Molte ancora ci sfuggono.
Da anni cerco, spasmodicamente febbrilmente, una prova, un appiglio che mi aiuti a capire e forse in parte a spiegare. Più mi avvicino più mi sento lontano. E adesso che sono quotidianamente vicino a loro ed alle loro facce, reali o immaginarie che siano, i miei nervi si tendono. Sforzo mente e corpo oltre il limite. Quando ti sembra di essere vicino alla meta solitamente crolla tutto l'impianto. In questi giorni continuo quindi a ripetermi che non ho una vera pista e che queste settimane di fatica immane non aggiungeranno nulla. Lo faccio quasi per scaramanzia. Anzi lo faccio proprio per quello. La sfiga esiste? Non lo so ma nel dubbio...
Non troverò nulla di più se non un ennesimo piccolo indizio. In fondo son 4 anni che rincorro una mitraglietta modificata. Ci pensavo oggi mentre mi arrampicavo per le colline fino alla calcada de Estrela. Pensavo a quel momento, a quello scoppio. Pensavo che non me ne faccio niente di essere uno storico. Non potrò mai capirlo. Tentavo di immaginarmi non tanto il dolore di chi è rimasto e neppure lo schianto della morte. Cercavo di capire, perché in fondo quello davvero m'interessa, i passi di chi quella bomba l'ha pensata e l'ha messa. In ogni angolo cercavo residui inimmaginabili di memoria. Avevo superato il Belvedere di Lapa con i suoi odori di aglio quando ho alzato lo sguardo e l'ho visto: Rua de Praca 13, Aginter Press. 

domenica 8 settembre 2013

Sfrutta un frikkettone

Estate calda e stancante. Ho lavorato meno di quanto avrei dovuto. Sono stato in giro, un po' a Madrid, un po' nella casa tra gli ulivi. Sempre quella. Quella che appartiene alla mia famiglia da quattro generazioni. Quella che mia madre vorrebbe vendere e da cui io, invece, non riuscirei mai a staccarmi. In realtà mia madre non ha tutti i torti. La casa è vecchia ed avrebbe bisogno di un sacco di lavori per essere resa nuovamente, pienamente abitabile. Un sacco di lavori che per intenderci costano un sacco di soldi. Soldi che chiaramente non ho.
Ecco mi piacerebbe capire perché. Cioè intendiamoci in parte lo so. Essere poveri è una specie di tradizione di famiglia. Non sono io. Siamo tutti poveri. Quasi tutti ma la parte ricca della famiglia ci evita al punto che non ci si riesce più neppure a riconoscere. Per carità non mi mancano. Ma torniamo al problema centrale di questo post: i soldi. Devo rimettere a posto la casetta tra gli olivi oppure mamma mi fa causa pur di venderla. Sì perché la casa è intestata a mamma ma la terra mia nonna l'ha lasciata a me. Un casino insomma. Durante i pochi giorni che sono riuscito a passare con loro ho promesso di fare di quel rudere un occasione di profitto. Gli si da una sistemata e vedrai la si affitta. Mio padre non era convinto. Mi ha guardato e mi ha detto: e io poi dove vado? Ma no papà solo per agosto quando qui fa molto caldo te la casa la affitti e te ne vai in montagna. Mio padre odia la montagna ma questo, per ora, rimane un dettaglio trascurabile. Nemmeno io amo la montagna...la trovo di una noia mortale. Ho evitato di dirgli che il mio piano prevede di stipare in casa loro una mandria di frikkettoni finto-poveri e nordisti che senza nemmeno sapere perché hanno deciso che gli piace il Salento. L'ho evitato ma l'ho fatto per i deficienti suddetti. Ah no perché io li detesto ma mio padre è capace di dar fuoco alla casa con loro dentro. Ecco, insomma questi tanto sono di una stupidità abissale ma son finto-poveri. Arrivano con i sacchi a pelo, si buttano sulla spiaggia e si spulciano i capelli manco fossero babbuini in calore, si vestono di stracci che ho scoperto costare un monte di soldi e poi caricano gli strumenti musicali etnici (di che etnia non lo sanno neppure loro) sulla Volvo. Insomma i soldi li hanno, loro. Io no. Punto quindi a truffarli a chiedergli cifre enormi spacciando l'albero centenario piantato dal mio bisnonno per una pianta magica dalle vibrazioni curative. Una cazzata così. Tanto ci credono. Basta infiocchettargliela un poco. Potrei anche fare leva sulla loro finta coscienza ecologista dicendo loro che il prezzo è sì alto ma include la filodiffusione di musica celtica che fa bene agli alberi. Perché un olivo salentino dovrebbe gradire una musica nordica è un mistero sul quale, i suddetti deficienti, potrebbero arrovellarsi per anni. Il punto di partenza però rimane: debbo trovare i soldi per i lavori. Assodato che una banca ad uno storico precario non concederebbe mai nemmeno un centesimo ho avuto una pensata: datemeli voi! Cioè vorrei lanciare una sottoscrizione popolare per risolvere i cazzi miei. Voi potreste, giustamente, chiedermi perché dovreste farlo. Semplice verrete ricompensati: ai sostenitori standard (da 1 a 5 euro di donazione) la foto del frikkettone che fa la meditazione trascendentale sotto l'olivo: la mettete sull'uscio di casa e tiene lontani testimoni di Geova e scarafaggi; ai sostenitori gold (da 5 a 20 euro) la foto di mio padre incazzato mentre passa le vacanze in montagna con allegato cd audio con lui che bestemmia perché odia la montagna: questa immaginetta propizia il vostro giramento di palle. Avete avuto una giornata tranquilla e di conseguenza vi sentite inadeguati? Ecco la risposta. Il cd poi potrebbe darvi nuove idee per offendere i vostri vicini e nel caso la mettiate a tutto volume è utile anche come invocazione per fulmini e pioggia. Per i sostenitori senior e platinum (oltre i 50 euro) vengo io direttamente a casa vostra, picchio i vostri vicini rompi palle, minaccio i testimoni di Geova, insulto chi vi pare e vi cucino lo spezzatino di carne di cavallo, il tutto con in omaggio un imperdibile gadget: il frikkettone. Ve lo porto giuro. Potete farne ciò che vorrete. Usatelo come portachiavi come anti stress, motteggiatelo a morte per essersi fatto prendere per il culo! In fondo se lo meritano. Insomma fareste una cosa utile alla società, divertente per voi e mi rendereste meno astioso, mia madre sarebbe occupata a sistemare imperdibili tendine nella cucina. A mio padre girerebbero le palle.

mercoledì 29 maggio 2013

Cinquanta sfumature di stronzo...

Qualche giorno fa, ma io l'ho scoperto solo stanotte hanno nuovamente minacciato un vecchio amico e compagno, Saverio. Dio solo sa quante volte abbiamo litigato quando militavamo nello stesso partito.
Ha una storia cristallina il mio amico, ha fatto il militante politico per tutta una vita, sempre a sinistra. A Milano dai primi anni '70 ad oggi. Una città dura, una città segnata in profondità dalla violenza squadrista e da quella di Stato. Non nego che ci sia stata una violenza anche a sinistra. Io non sono un non violento. Non potrei, la mia storia personale e politica è tutta là a dimostrarlo. Non mi piace la violenza sia chiaro ma, forse, ancor di più mi infastidisce questo insopportabile marasma indefinito nel quale tutti sono amici od al massimo avversari da rispettare. Faccio lo storico, la violenza è la levatrice della storia non c'è nulla da fare. Attenzione non sto dicendo che amo fare violenza su un altro essere umano ma non posso negare che le grandi trasformazioni sociali e politiche siano avvenute sempre in modo violento. Negare, quindi, che esistano delle circostanze storiche nelle quali l'uso della violenza sia percorribile vuol dire essere semplicemente degli idealisti. Ed io sono un materialista. Faccio i conti con quello che c'è non con ciò vorrei esistesse. Mi piacerebbe tanto credere in domine iddio ma questo non lo rende reale.
Negare, dunque, in toto la violenza e tentare di espungerla dalla politica è assurdo e infantile. Anzi distrugge la politica perché cancella il nemico. Il nemico è la quintessenza della politica. Ci sono i nemici esistono donne e uomini che mi sono intimamente e mortalmente nemici. Hanno un'idea che non è differente dalla mia ne è l'antitesi. Non c'è accordo possibile. E per fortuna. Non voglio andare d'accordo con tutti. Mi spaventa l'unanimità. Di solito fa rima con dittatura. Il resto è una questione di rapporti di forza, quelli sì tutti politici. Ma il nemico esiste eccome. Chi, come i fascisti esercita un'ideologia che esalta la violenza tout court in nome di un'ordine gerarchico, che questi imbecilli vogliono come naturale, è un mio nemico. Nient'altro. Chi fa apologia del fascismo con una svastica, con un braccio teso, appoggiando e propagandando versioni distorte della storia (le foibe,,,dio il prossimo che mi cita le foibe lo porto a fare una gita carsica, lo giuro) è un mio nemico. Con lui non c'è accordo. Con lui io per primo cerco lo scontro. Dialettico se posso, fisico se devo. Spesso essendo i fascisti portatori di una cultura politica che esalta la violenza e la sopraffazione in nome di una superiore visione della vita e della morte, lo scontro fisico diviene inevitabile. Ecco almeno dovrebbe essere così. Ma non lo è. I nostri spavaldi eroi scrivono, minacciano, attaccano solo se 5 contro uno. Altrimenti..scappano. Attenzione non c'è nulla di male nello scappare. Solo gli sciocchi non fuggono mai. Devono essere tremendamente intelligenti i nostri eroici fascisti... Non so chi ha minacciato il mio amico Saverio questa volta. Ma so perché l'ha fatto. Dopo anni di militanza attiva oggi Saverio fa lo storico ed ha aperto un osservatorio sul fenomeno fascista. Ha scritto libri, tiene un blog, fa ricerca e scrive. Fa, insomma la stessa cosa che faccio io. Io più codardamente di lui scrivo di anni '60 e '70. Ecco a me l'idea che qualcuno possa perseguitarti per quello che scrivi o per il tuo passato mi fa incazzare. Lo trovo vigliacco. E al vigliaccheria perpetrata da supposti eroi mi fa incazzare ancora di più. Il fascismo in fondo è questo. È sempre stato questo, sopraffazione e vigliaccheria. Un sistema di dominio politico sì ma prima di tutto umano e sociale. Il più forte contro il più debole. Chiunque fosse debole, economicamente, socialmente, personalmente era un bersaglio. Il debole in generale, per ragioni diverse fosse esso un ragazzo troppo gracile o un contadino povero andava schiacciato o peggio eliminato. Inutili, dannosi alla razza così chiamavano gli handicappati. Stupravano le donne sospettate di omosessualità e ammazzavano di botte gli uomini. Torturavano i dissidenti, a Milano gli italiani delle brigate nere strappavano i denti ai partigiani con le pinze...anche dopo che questi avevano confessato. Lo facevano per divertimento. Negli anni '70 poi tramavano e mettevano le bombe, nelle piazze sopra i treni. Io ero piccolo nel 1980. Il 2 agosto del 1980 ero un bambino e con la famiglia dovevamo andare in vacanza. Emigrati pugliesi che tornavano a casa. Quell'anno, non ricordo per quale motivo, avevamo aspettato che mio padre finisse di lavorare per partire tutti insieme. Di solito io e mamma partivamo prima e papà ci raggiungeva quando poteva.
La ricordo ancora mia madre che piange davanti alla piccola televisione in bianco e nero della cucina perché a Bologna era esplosa una bomba. Alla stazione. Messa in una sala d'attesa in mezzo alle persone che andavano in vacanza dopo un anno di lavoro. Me la ricordo la mia mamma che non voleva prendere il treno il giorno dopo. Mi ricordo mio padre che tentava di rassicurarla dicendo che a noi non sarebbe successo nulla che non sarebbero mai scoppiate due bombe una di fila all'altra. Non ci fu modo di calmare mia madre. Partimmo in macchina. Papà caricò all'impossibile la escort blu e partimmo. Mentre guidava, papà ascoltava la radio. La bomba l'avevano messa i fascisti dicevano alla radio. Io chiesi a mio padre chi fossero i fascisti...lui mi disse che era un discorso lungo e che me lo avrebbe spiegato quando saremmo arrivati. Poi aggiunse, chiunque fa il prepotente è un fascista. Un fascista è uno cattivo-chiesi io- e lui mi disse no....è uno stronzo! Ora, forse, l'analisi di mio papà quella notte del 3 agosto 1980 non fu molto articolata ma ancora oggi mi sembra appropriata. Ecco ancora oggi quando questi mi si paventano davanti in forme svariate cercando, magari, di darsi un tono da democratici a me torna in mente cos'è il fascismo. Mi torna in mente che quell'idea è semplicemente idea di sopraffazione e di violenza. A quest'idea ed a queste pratiche non si da spazio. Non ci si dialoga. Non importa in quale forma si presenti. Può essere un imbecille armato di bomboletta che traccia una svastica o un apostata della patria che sbandiera idiozie sulle foibe..non importa. Davvero non importa. Non c'è gradualità nell'essere fascisti. Un po' come essere degli stronzi insomma...

domenica 21 aprile 2013

L'anomalia italiana


Il PD è morto, viva il PD.

Non sono un elettore del PD. Men che meno un suo militante. Nonostante questo assistere allo sfascio del principale, ed ultimo, partito di massa italiano mi rende triste. La retorica del tanto peggio tanto meglio non mi ha mai convinto. Non c'è da gioire quindi. Partiamo da qui. Chiunque gioisca per l'ingloriosa fine del PD, soprattutto quelli che credono di farlo “da sinistra” stanno prestandosi ad un gioco molto pericoloso. Le prossime elezioni, forse in estate, vedranno lo scontro tra Berlusconi e Grillo. Cioè, a mio parere, di due destre. Una, quella berlusconiana antica, protezionista, antistorica ed anti-moderna mentre l'altra composta da una commistione tra idee socialisteggianti, culto del capo e sapiente utilizzo dei mezzi di comunicazione, francamente qualcosa di già visto. Come scriveva alcuni mesi fa un caro amico: siam passati dal “me ne frego” al “vaffanculo”.
Nel corso di questo ventennio caratterizzato dalla invadenza del centro destra italiano abbiamo più volte sentito parlare di Berlusconi come dell'anomalia italiana. Forse abbiamo sbagliato. Il fatto che un magnate dell'editoria sotto processo per qualsivoglia reato, finanziario, sessuale ed altro divenga più volte presidente del consiglio di un paese occidentale è di per sé un problema sia chiaro. Ma, forse, l'anomalia vera del sistema politico italiano è stato il PD. E sia chiaro, sebbene sia semplice farlo oggi, alcuni di noi lo dicono da sempre. L'idea che le alchimie elettorali o tecniche cambino le culture politiche di un popolo è, non solo sciocco ma mi spingo a dire completamente idealistico. Un sogno dirigista che in Italia non è riuscito di realizzare neppure al fascismo. L'idea che attraverso l'introduzione di sistemi elettorali più o meno maggioritari il PD sarebbe divenuto maggioritario nel paese grazie ad un artificio aritmetico, dimostra la pochezza della classe dirigente della sinistra italiana. L'egemonia culturale, sociale e politica si conquista ancora sul campo. Se imbrogli prima o poi perdi. In fondo non è nemmeno brutta come lezione storica. Ed il PD è stato un imbroglio. Un imbroglio culturale e politico nel quale gli italiani non sono caduti. E sia chiaro non ci sono caduti mai, neppure quando l'Ulivo faceva finta di vincere le elezioni. L'Italia è un paese di destra, bigotto, arretrato e zeppo di pregiudizi provinciali. Fondamentalmente un paese intriso di ipocrisia cattolica.
Questo i dirigenti del PDS lo sapevano. Lo sanno anche oggi. Ed allora hanno tentato il colpo gobbo. Un incontro spurio, un abbraccio mortale tra culture incompatibili: socialismo riformista e moderatismo cattolico. Nel resto d'Europa questa cosa non accade. Mi spingo a dire di più non accade neppure nei paesi a maggioranza islamica. I laici ed i religiosi non li mischi, Sono come l'acqua e l'olio: si repellono naturalmente. Avrai dell'acqua con una patina d'olio sopra, ma non c'è mescola possibile. Per anni ci hanno raccontato che, in fondo erano solo i temi bio-etici a separarci. Avessero detto poco! Come se la visione della vita, morte compresa, e dei diritti fosse scindibile dalla tua idea di società, di come e perché gli uomini si associano e cercano di vivere insieme. No mi dispiace le due cose non sono compatibili. Il che non vuol dire che si debba vivere in una guerra civile costante. I laici socialisti francesi non abbandonano il paese in massa se vince la destra. Ma il PD ha scelto la strada breve. La scorciatoia. Attraverso un sistema elettorale sconosciuto alla cultura politica del paese ha cercato di vincere. Niente di male nel voler vincere. Solo che ha perso, ed ha perso ripetutamente e ad ogni sconfitta ha acuito la sua rincorsa verso il centro moderato e conservatore invece che porre in dubbio la sua propria strategia e quindi la sua natura.
Attenzione non sto sostenendo che non ci deve essere spazio per i cattolici nel PD. Anzi. Ma a patto che siano i cattolici a venire nel partito accettando di lasciare il proprio credo religioso fuori dalla porta e di relegarlo a vita privata. A patto cioè di sposare genuinamente un programma politico e culturale che ha alcuni punti che sono incompatibili con il credo religioso cui appartengono. Non voglio i cosacchi che abbeverano i cavalli in Piazza San Pietro, non voglio trasformare le chiese in granai. Ma solo ribadire che il socialismo, anche quello riformista, è un'altra cosa. Allora o vinci basandoti sulla tua identità, perché sei in grado di farla diventare identità collettiva prima ed egemone poi, oppure perderai sempre. Il problema è che il PD non ha un'identità. Ha scelto pervicacemente fin dai tempi del PDS di non averla, di scioglierla. Il belletto dell'abbraccio con i cattolici non solo non ha funzionato elettoralmente ma si è rivelato devastante da un punto di vista della cultura politica. L'ondata neoliberista che ha travolto tutta la sinistra moderata europea si è abbattuta in maniera forse ancora più devastante su di un socialismo italiano minato alle fondamenta dalla povertà di respiro e di strategia. Quanto spazio avrebbe avuto Silvio Berlusconi se la dialettica politica italiana si fosse dipanata tra una destra liberale e cattolica ed una sinistra social riformista? Io credo poco. Ma così non è stato. Il PDS ha tentato di inglobare pezzi di nomenclatura democristiana senza peraltro essere stato in grado di assimilarne né le strutture sociali né il consenso elettorale. I dati ci dicono che il PD prende sempre e comunque gli stessi voti, anzi ne perde negli anni. In compenso Berlusconi che pur da impresentabile cerca di incarnare i valori della destra cattolica, oscurantista e protezionista, cresce.
Ma non è solo questo. Vorrei fosse solo calcolo politico. Vorrei che l'errore fosse solo strategico elettorale. Ma non è così. LA verità è che la ri-elezione di Napolitano ed il probabile governo di larghe intese che ne seguirà sono un'altra cosa. Sono la vittoria del capitalismo manifatturiero e fordista, o meglio di quel poco che ne rimane, contro una forma nuova, un modello di produzione altro, di capitalismo rappresentato dal duo Grillo-Casalegno. Il capitalismo 2.0. quello che esalta la rete come un dio. Quello che invoca la democrazia diretta come nuovo strumento di potere e di irretimento della volontà popolare. Esattamente acme il fascismo storico utilizzava i media di massa perché chiamato a traghettare le masse nella modernità, il grillismo inneggia al web perché chiamato a traghettare le masse dentro il post-fordismo. Sistema, il fordismo dai bassi salari, rappresentato da Berlusconi e, in modo differente, dal PD. Berlusconi ha i piccoli imprenditori del nord est e la burocrazia del sud mentre il PD si poggia sulle cooperative del centro Italia. Entrambi hanno cercato di evitare il passaggio che ha segnato la fine del paradigma fordista. Persino Blair e Clinton ci hanno provato sostituendo alla produzione di massa la finanza di massa. Hanno fallito. Hanno fallito miseramente innescando alcuni dei processi speculativi che hanno portato a questa crisi. Oggi in parlamento ha vinto il vecchio capitalismo sul nuovo.
Lenin diceva che la democrazia rappresentativa è la gabbia dorata del proletariato...la democrazia diretta grillina è la gabbia in fibra ottica..ma sempre di gabbie stiamo parlando, sia chiaro.
Ma di forze popolari e di sinistra non c'è traccia. È normale che sia così. Siamo ancora fermi al paradigma fordista e veniamo risucchiati nel gorgo che risucchia Bersani ed il PD. Le organizzazioni della classe operaia non esistono perché non vi è classe, o almeno non ve n'è la coscienza e quindi la coscienza organizzata in forme collettive. Forse avremo bisogno, come già è stato, di attraversare tragedia che ci dicano cos'è questa trasformazione drammatica che viviamo. Rileggevo Tasca ieri sera...il fascismo è quel che fa. Io metto il grasso sugli scarponi da montagna....