domenica 21 aprile 2013

L'anomalia italiana


Il PD è morto, viva il PD.

Non sono un elettore del PD. Men che meno un suo militante. Nonostante questo assistere allo sfascio del principale, ed ultimo, partito di massa italiano mi rende triste. La retorica del tanto peggio tanto meglio non mi ha mai convinto. Non c'è da gioire quindi. Partiamo da qui. Chiunque gioisca per l'ingloriosa fine del PD, soprattutto quelli che credono di farlo “da sinistra” stanno prestandosi ad un gioco molto pericoloso. Le prossime elezioni, forse in estate, vedranno lo scontro tra Berlusconi e Grillo. Cioè, a mio parere, di due destre. Una, quella berlusconiana antica, protezionista, antistorica ed anti-moderna mentre l'altra composta da una commistione tra idee socialisteggianti, culto del capo e sapiente utilizzo dei mezzi di comunicazione, francamente qualcosa di già visto. Come scriveva alcuni mesi fa un caro amico: siam passati dal “me ne frego” al “vaffanculo”.
Nel corso di questo ventennio caratterizzato dalla invadenza del centro destra italiano abbiamo più volte sentito parlare di Berlusconi come dell'anomalia italiana. Forse abbiamo sbagliato. Il fatto che un magnate dell'editoria sotto processo per qualsivoglia reato, finanziario, sessuale ed altro divenga più volte presidente del consiglio di un paese occidentale è di per sé un problema sia chiaro. Ma, forse, l'anomalia vera del sistema politico italiano è stato il PD. E sia chiaro, sebbene sia semplice farlo oggi, alcuni di noi lo dicono da sempre. L'idea che le alchimie elettorali o tecniche cambino le culture politiche di un popolo è, non solo sciocco ma mi spingo a dire completamente idealistico. Un sogno dirigista che in Italia non è riuscito di realizzare neppure al fascismo. L'idea che attraverso l'introduzione di sistemi elettorali più o meno maggioritari il PD sarebbe divenuto maggioritario nel paese grazie ad un artificio aritmetico, dimostra la pochezza della classe dirigente della sinistra italiana. L'egemonia culturale, sociale e politica si conquista ancora sul campo. Se imbrogli prima o poi perdi. In fondo non è nemmeno brutta come lezione storica. Ed il PD è stato un imbroglio. Un imbroglio culturale e politico nel quale gli italiani non sono caduti. E sia chiaro non ci sono caduti mai, neppure quando l'Ulivo faceva finta di vincere le elezioni. L'Italia è un paese di destra, bigotto, arretrato e zeppo di pregiudizi provinciali. Fondamentalmente un paese intriso di ipocrisia cattolica.
Questo i dirigenti del PDS lo sapevano. Lo sanno anche oggi. Ed allora hanno tentato il colpo gobbo. Un incontro spurio, un abbraccio mortale tra culture incompatibili: socialismo riformista e moderatismo cattolico. Nel resto d'Europa questa cosa non accade. Mi spingo a dire di più non accade neppure nei paesi a maggioranza islamica. I laici ed i religiosi non li mischi, Sono come l'acqua e l'olio: si repellono naturalmente. Avrai dell'acqua con una patina d'olio sopra, ma non c'è mescola possibile. Per anni ci hanno raccontato che, in fondo erano solo i temi bio-etici a separarci. Avessero detto poco! Come se la visione della vita, morte compresa, e dei diritti fosse scindibile dalla tua idea di società, di come e perché gli uomini si associano e cercano di vivere insieme. No mi dispiace le due cose non sono compatibili. Il che non vuol dire che si debba vivere in una guerra civile costante. I laici socialisti francesi non abbandonano il paese in massa se vince la destra. Ma il PD ha scelto la strada breve. La scorciatoia. Attraverso un sistema elettorale sconosciuto alla cultura politica del paese ha cercato di vincere. Niente di male nel voler vincere. Solo che ha perso, ed ha perso ripetutamente e ad ogni sconfitta ha acuito la sua rincorsa verso il centro moderato e conservatore invece che porre in dubbio la sua propria strategia e quindi la sua natura.
Attenzione non sto sostenendo che non ci deve essere spazio per i cattolici nel PD. Anzi. Ma a patto che siano i cattolici a venire nel partito accettando di lasciare il proprio credo religioso fuori dalla porta e di relegarlo a vita privata. A patto cioè di sposare genuinamente un programma politico e culturale che ha alcuni punti che sono incompatibili con il credo religioso cui appartengono. Non voglio i cosacchi che abbeverano i cavalli in Piazza San Pietro, non voglio trasformare le chiese in granai. Ma solo ribadire che il socialismo, anche quello riformista, è un'altra cosa. Allora o vinci basandoti sulla tua identità, perché sei in grado di farla diventare identità collettiva prima ed egemone poi, oppure perderai sempre. Il problema è che il PD non ha un'identità. Ha scelto pervicacemente fin dai tempi del PDS di non averla, di scioglierla. Il belletto dell'abbraccio con i cattolici non solo non ha funzionato elettoralmente ma si è rivelato devastante da un punto di vista della cultura politica. L'ondata neoliberista che ha travolto tutta la sinistra moderata europea si è abbattuta in maniera forse ancora più devastante su di un socialismo italiano minato alle fondamenta dalla povertà di respiro e di strategia. Quanto spazio avrebbe avuto Silvio Berlusconi se la dialettica politica italiana si fosse dipanata tra una destra liberale e cattolica ed una sinistra social riformista? Io credo poco. Ma così non è stato. Il PDS ha tentato di inglobare pezzi di nomenclatura democristiana senza peraltro essere stato in grado di assimilarne né le strutture sociali né il consenso elettorale. I dati ci dicono che il PD prende sempre e comunque gli stessi voti, anzi ne perde negli anni. In compenso Berlusconi che pur da impresentabile cerca di incarnare i valori della destra cattolica, oscurantista e protezionista, cresce.
Ma non è solo questo. Vorrei fosse solo calcolo politico. Vorrei che l'errore fosse solo strategico elettorale. Ma non è così. LA verità è che la ri-elezione di Napolitano ed il probabile governo di larghe intese che ne seguirà sono un'altra cosa. Sono la vittoria del capitalismo manifatturiero e fordista, o meglio di quel poco che ne rimane, contro una forma nuova, un modello di produzione altro, di capitalismo rappresentato dal duo Grillo-Casalegno. Il capitalismo 2.0. quello che esalta la rete come un dio. Quello che invoca la democrazia diretta come nuovo strumento di potere e di irretimento della volontà popolare. Esattamente acme il fascismo storico utilizzava i media di massa perché chiamato a traghettare le masse nella modernità, il grillismo inneggia al web perché chiamato a traghettare le masse dentro il post-fordismo. Sistema, il fordismo dai bassi salari, rappresentato da Berlusconi e, in modo differente, dal PD. Berlusconi ha i piccoli imprenditori del nord est e la burocrazia del sud mentre il PD si poggia sulle cooperative del centro Italia. Entrambi hanno cercato di evitare il passaggio che ha segnato la fine del paradigma fordista. Persino Blair e Clinton ci hanno provato sostituendo alla produzione di massa la finanza di massa. Hanno fallito. Hanno fallito miseramente innescando alcuni dei processi speculativi che hanno portato a questa crisi. Oggi in parlamento ha vinto il vecchio capitalismo sul nuovo.
Lenin diceva che la democrazia rappresentativa è la gabbia dorata del proletariato...la democrazia diretta grillina è la gabbia in fibra ottica..ma sempre di gabbie stiamo parlando, sia chiaro.
Ma di forze popolari e di sinistra non c'è traccia. È normale che sia così. Siamo ancora fermi al paradigma fordista e veniamo risucchiati nel gorgo che risucchia Bersani ed il PD. Le organizzazioni della classe operaia non esistono perché non vi è classe, o almeno non ve n'è la coscienza e quindi la coscienza organizzata in forme collettive. Forse avremo bisogno, come già è stato, di attraversare tragedia che ci dicano cos'è questa trasformazione drammatica che viviamo. Rileggevo Tasca ieri sera...il fascismo è quel che fa. Io metto il grasso sugli scarponi da montagna....




venerdì 15 marzo 2013

cicatrici




Ecco questo è un post difficile. Per ragioni intime, di dolore profondo. Di quei dolori che non passano. Tutte le ferite si rimarginano ma alcune cicatrici non la smettono mai di fare male. Non fanno male tutti i giorni sia chiaro. E nemmeno fanno male nello stesso modo. Questo, quindi, è un post difficile.
Hanno eletto il nuovo Papa. Io, pur essendo profondamente ateo non posso non interessarmi di chi sia. E chi è lo so. Lo so piuttosto bene. Il Vescovo di Buenos Aires ed ex provinciale della compagnia di Gesù in Argentina. Fu capo dei gesuiti tra il 1973 al 1979, prima di divenire, appunto, vescovo di Buenos Aires. Furono quelli gli anni della dittatura militare dei quasi tremila morti accertati e dei circa 30.000 scomparsi. La gerra sucia, la guerra sporca della destra argentina contro il comunismo. Davvero? No, non fu solo questo e non lo fu per tanti motivi. Intanto sarà bene ricordare a chi se lo fosse dimenticato che il partito comunista argentino appoggiò la dittatura di Videla. E lo fece per il motivo più semplice del mondo: denaro che a quei tempi fluiva verso Mosca in forma di tonnellate di grano a basso costo. L'URSS non era da tempo autosufficiente per via dei disastrosi piani quinquennali e doveva importare grano da mezzo mondo. Condannare il governo argentino che era tra i principali partner commerciali della madre Russia non era possibile. I montoneros furono uccisi e deportati, i sindacalisti, socialisti, radicali, cattolici, trozkisti...qualsiasi forma di opposizione politica fu spazzata via con una ferocia inumana. Non sappiamo quanti giovani vennero lanciati ancora vivi nel oceano dagli squadroni della morte eredi della AAA Alleanza Anticomunista Argentina. Il gruppo GT332 infiltrava, spiava e nella notte venivano a prenderti. Mentre tornavi a casa, mentre andavi al lavoro, mentre facevi la spesa. Sparivi. Inghiottito dall'oceano non prima di essere stato torturato per giorni, settimane. Eppure, almeno inizialmente, il partito comunista non solo non si oppose ma si schierò a favore della dittatura. Nonostante questo io continuo a dirmi comunista. Non perdonerò mai quegli errori ma questo non ha fatto di me un'anticomunista. Ho conosciuto decine di comunisti argentini che hanno lasciato il partito ed hanno rischiato la vita per lottare contro il regime. Ah, giusto per chiarezza, i maggiori sostenitori all'estero del regime di Videla i paesi che più lo hanno appoggiato fornendo al regime istruttori militari, armi e know how erano non solo gli onnipresenti USA ma anche la democraticissima Francia.
In questi giorni si parla del ruolo di Bergoglio, questo il nome del nuovo Papa, durante gli anni della dittatura. Non so se l'attuale Papa abbia commesso dei reati. Davvero non ne ho idea. Ma dirò di più: la cosa, ad oggi, m'interessa relativamente. Christian Federico von Wernich era cappellano della polizia di Buenos Aires. Lui ha materialmente preso parte ai rapimenti e, per questo, è stato condannato all'ergastolo. Non è questa una professione di fede nella giustizia. Non credo in quella tout court figuriamoci in quella latino americana. Però ricordo anche due suore ammazzate perché aiutavano le Madres de Plaza de Majo a cercare la verità sulla scomparsa dei figli. Le due suore in questione erano francesi...ma non credo abbia importanza. Sono state decine i preti e le suore uccisi dal regime perché si sono schierati o perché semplicemente non si sono schierati a favore della dittatura. Uccisero anche un Vescovo, Enrique Angelelli. Per intenderci far parte delle alte gerarchie della chiesa non era garanzia di salvezza. Se ti schieravi contro eri morto. Se non ti schieravi a favore ti sbattevano solo in cella e venivi torturato. Nonostante questo, e quando hai paura di essere torturato e ucciso il nonostante non è poca cosa, furono tantissimi i sacerdoti che si adoperarono per aiutare. Qualcuno finì anche in semi-clandestinità. E non solo quelli che aderirono alla teologia della liberazione. Non è mai stato tutto così netto. Vi erano persone moderate e persino dei sinceri conservatori che lottarono contro la dittatura. Semplicemente perché era una dittatura. Ma la chiesa e non solo quella argentina fu anche altro. In una notte di marzo del 1976, c'è chi dice addirittura la sera prima del golpe,la riunione alla sede della Conferenza Episcopale Argentina a Buenos Aires, tra Videla, Massera ed alcuni alti prelati ci fu. Molti prelati presero le difese del regime, molti altri, forse perché impauriti, decisero semplicemente di non dire e non fare nulla. Io comprendo la paura. È umana, e la chiesa è una cosa divina fatta da uomini. Mi piace l'eroismo ma io stesso non sono un eroe. Mi piace pensare che un uomo che ha fede non dovrebbe temere la morte, ma io da non credente ne ho paura. Quindi non riesco davvero ad accusare nessuno di mancanza di eroismo. Mi sembrerebbe ipocrita. Forse un credente potrebbe farlo. Io non sono in questa posizione. Le paure, dunque, non si giudicano ma le scelte sì. E fu una scelta, una scelta operata da Giovanni Paolo II ed appoggiata e portata avanti dall'attuale Papa quella di distruggere, bollandola come filo marxista (secondo me erroneamente) l'esperienza della teologia della liberazione, di ridurre al silenzio qualsiasi voce critica interna alla Compagnia di Gesù e in generale di relegare la chiesa argentina alla sola predicazione slegandola dalle masse popolari. La stessa scelta fu fatta, in modo ancora più radicale perché più forte era la penetrazione della teologia della liberazione in quei paesi, in Brasile ed in Cile. La chiesa argentina, per assurdo, era sempre stata molto più conservatrice e molti prelati l'appoggio al regime prima ed al piano di Wojtyla lo dettero di propria sponte.
Oggi l'elezione di un papa latino americano serve, anche non solo ma anche, a recuperare quelle masse che si sono votate alle chiese evangeliche che tanto proselitismo hanno fatto lottando contro la povertà in cui i regimi dittatoriali che si sono susseguiti le avevano lasciate. Mi verrebbe da dire un atteggiamento quanto meno bizzarro. Ma in fondo in un momento in cui l'America latina sta sviluppandosi sotto la spinta di governi che, venature di populismo a parte, hanno cominciato a mettere in discussione il dettame del capitale, l'elezione di Bergoglio suona un po' come quella del polacco nel 1978. Se non si interviene ora che i governi democratici son ancora fragili si rischia di essere spazzati via e gli errori del passato debbono essere spazzati sotto il tappeto. L'Europa è perduta in un laicismo senza ritorno, gli edonisti e protestanti USA nemmeno a parlarne. Bisogna tornare ad evangelizzare i poveri dell'America latina che altrimenti rischiano di essere egemonizzati dagli evangelici o peggio di essere conquistati dal demonio socialisteggiante. Chi meglio di un gesuita conservatore? Allora, davvero, non m'importa più di tanto il passato dell'attuale Papa...m'inquieta il piano per il futuro, forse perché puzza ancora troppo di passato, di colonialismo d'imperialismo., di povertà e di botte, di blandizie e di morte.Sarà che da l'altro giorno la cicatrice è tornata a farmi male...

martedì 26 febbraio 2013

minoranze minorate...





Allora la sinistra italiana ha perso le elezioni. Se vogliamo possiamo dire che non le ha vinte. Certo fa meno male dirlo così ma la verità è che le ha proprio perse. Adesso ci si arrampica sugli specchi, non si sa che dire, si cerca di prefigurarsi scenari...possibili ed improbabili. Il PDL perde voti, la Lega non parliamone, la sinistra radicale, in tutte le sue salse, rimane confinata ad una mera testimonianza senza alcun peso. Stamattina ho telefonato ad una specie di amico che per riservatezza chiameremo Franco. Ecco lui nel 1969 era alla nero fumo della Pirelli, organizzava gli scioperi, anche e soprattutto quelli duri, quelli in cui non si andava giù con la ciniglia per dirla in gergo. Poi la scelta della lotta armata, la Brigate Rosse, i fazzoletti rossi alla FIAT fino al rapimento Sossi, all'arresto ed alla galera. 30 anni in tutto. Oggi in preda allo sconforto per le elezioni l'ho chiamato con il mio tono arrogantello da piccolo quadro della sinistra, quale sono stato secoli fa prima di diventare solo uno storico, e gli ho scaricato addosso, nemmeno tanto velatamente, la mia frustrazione. Lui mi ha ascoltato paziente per qualche minuto e poi è giustamente sbottato: “ohy nanin guarda che noi almeno cos'era la classe operaia lo sapevamo! Poi avremo anche fatto le nostre cagate ma con una coscienza!” Seguiva rosario di bestemmie di entrambi...
Eh già la coscienza. Quella politica, quella sociale, tutte mediate irrimediabilmente da una cultura possibilmente condivisa. Ecco credo che sia soprattutto una sconfitta culturale della sinistra italiana quella a cui siamo di fronte. Il voto, si dice da più parti, è un voto di protesta. Un voto contro le misure di austerity che hanno messo in ginocchio le economie del sud Europa negli ultimi 5 anni. Grillo da un lato ed Berlusconi dall'altro hanno conquistato, il primo, e recuperato, il secondo, un considerevole numero di voti proprio facendo leva su questi temi. Intendiamoci il partito di Berlusconi perde una marea di voti, la Lega Nord quasi dimezza, Lombardia a parte dove la partita regionale ha sicuramente influito. Il PD e la coalizione di centro sinistra in generale hanno guadagnato qualche voto a livello nazionale ma molti ne hanno perso, sempre a beneficio di Grillo, nelle regioni rosse. 
Come a dire che anche un elettorato storicamente disciplinato si concede, laddove sa che la vittoria non è in discussione, di esprimere una protesta. Di mettere in dubbio un'appartenenza politica e culturale, in una parola una coscienza. Coscienza vuol dire sapere insieme. In psicologia, ed anche in alcune correnti filosofiche, vuol dire che entrambi i lati del nostro cervello, quello razionale e quello emotivo, si trovano in sintonia. Da qui coscienza di classe, nelle sue diverse accezioni, sociale, civile e quant'altro. Sapere insieme è comunque alla base di tutte queste declinazioni possibili. Ed io credo che stia alla base della sconfitta della sinistra a queste elezioni. Ma non solo a queste. Presumibilmente, a meno di non invertire il trend, anche delle prossime. Perché la sinistra radicale è praticamente sparita dal quadro politico italiano? Perché quella social liberale arranca? Perché non sappiamo più nemmeno cosa sapere ed in questa tenebra d'ignoranza non siamo in grado di stare insieme a nessuno. Siamo divenuti monadi chiuse nell'asfittico orizzonte del presente. Provo a spiegarmi. L'intera struttura politica della classe operaia era basata su questo semplice aggettivo: operaia. Vi era una determinante sociale che faceva da collante e da sostrato comune ad una molteplicità di articolazioni del pensiero che avevano, però, un minimo comun denominatore. Quel minimo comun denominatore, l'appartenenza di classe, era una sapere insieme. Entrambi i lati del cervello erano in grado di comprendere e quindi di esprimere questa coscienza che era non solo sociale ma anche singola, di tutti perché di ognuno. Ora va da sé che questa coscienza produceva forme tutto sommato comuni, al di là dei confini nazionali, di organizzazione. Se il dato centrale, se la determinante sociale, era il modello di produzione la struttura che si doveva/poteva mettere in campo per sconfiggere l'avversario era più o meno universalmente riconosciuta: il sindacato ed il partito. Un partito che era allo stesso tempo coscienza collettiva e strumento di costruzione dell'azione. Oggi a fronte delle modificazioni radicali nella composizione interna del capitale non è, forse, riproponibile lo stesso modello di organizzazione. Ma insieme al collasso delle forme non si è, ovviamente oserei dire, riusciti a tenere insieme le coscienze. Non si sa più insieme. Senza conoscenza qualsiasi azione di contrapposizione è possibile, nessun programma è realizzabile, nessun futuro è immaginabile. Resta la sola desertica gestione di un continuo presente.
Il capitale è riuscito a ribaltare sia la previsione marxiana che quella operaista: ha concentrato se stesso disperdendo i lavoratori. Siamo, quindi, monadi perché non sappiamo mettere in relazione le nostre conoscenze, prime fra tutte quelle sulla struttura del capitale e sulla sua composizione, intrappolate nel presente perché svuotati di questa coscienza abbiamo perso capacità programmatica. Laddove per programmatica bisogna intendere agonistica. E questo, credo, sia il secondo punto. La sinistra ha perso l'agonismo. Senza un'ideologia strutturata che nasca non solo dall'analisi della fase dello sviluppo delle forze produttive ma anche da una riflessione profonda su una possibile e differente organizzazione di queste ultime qualsiasi programma, come dicevamo, rimane monco. La mancanza di agonismo in politica, e su questo accetto le più severe e profonde critiche, distrugge la politica stessa. Insomma non vi è politica senza nemico. I populismi, di qualsiasi natura essi siano, si basano su questo semplice assioma. Forniscono un nemico da combattere sia esso l'immigrato o la casta. Attenzione non sto suggerendo una sinistra populista, sto interrogandomi sul successo di Grillo e sul fatto che quel tipo di cultura abbia sfondato anche a sinistra proprio nel momento storico in cui la sinistra ha abbandonato anche solo la delineazione teorica e pratica del nemico. Non credo si possa ricostituire sic et simpliciter un partito della sinistra di classe oggi. Per il semplice motivo che non conosciamo la classe. Né la nostra né tanto meno quella dominante. Allo stesso tempo questa conoscenza non avviene in maniera accademica ma solo dentro la contrapposizione sociale e le mobilitazioni. Ma chi si mobilita oggi non avendo strumenti analitici di alcun tipo, intendiamoci non per colpa loro ma perché nessuno è in grado di fornire alcuna lettura, rischia di mobilitarsi con delle modalità che potrebbero risultare altrettanto populiste. Per intenderci, come diceva saggiamente un amico a pranzo, se nel prossimo autunno dovessero esserci mobilitazioni sociali per via della non risolta crisi economica sarebbe, nel migliore dei casi, il movimento populista di Grillo ad avvantaggiarsene. Non ho ricette oggi. Non credo le avrò neppure domani. Non so come si fa ma mi rifiuto di pensare che il paese sia irrimediabilmente caduto in preda ad una follia para-fascista di massa. Certo è già accaduto ed io, non avendo una visione progressiva della storia, posso anche mettere in conto che possa accadere ancora. Nel frattempo avremmo sei mesi di tempo durante i quali assisteremo ad una confusione inimmaginabile dalla quale tenteranno di trarre profitto le classi dirigenti, gli speculatori e furbetti di ogni risma. Non è scontato che Berlusconi si metta a far campagna acquisti tra i grillini, così come non è scontato che il giochetto gli riesca. Bersani, forse, tenterà un governo di minoranza. Questo leggevo qualche minuto fa sui quotidiani. Un governo di minoranza mi sembra una formula adatta per una fase del genere. Saremo, probabilmente, rimessi al centro della speculazione finanziaria straniera e nostrana al fine di sopprimere gli ultimi diritti sociali rimasti, una sinistra di minoranza e minorata nella sua ontologia non credo possa rappresentare alcun argine a questo processo. Ah e se vi state chiedendo, legittimamente, ma te che fai in tutto questo? Nulla, mi godo la mia inutilità sociale e politica.

martedì 5 febbraio 2013

come un orso in una gabbia



Sì a volte mi sento un orso in una gabbia. Quello da far guardare ai bambini. L'esempio di come l'uomo ha ammaestrato la natura. Oggi siamo di fronte ad una nuova, e potenzialmente esplosiva, questione di classe e, come sempre, ad un acuirsi della mai risolta questione meridionale. Io sono meridionale e la mia famiglia è senza dubbio alcuno una famiglia di immigrati poveri. Eppure, oggi, dopo anni di studi e di vagabondaggi, io faccio il ricercatore all'Università. Ho dovuto emigrare anche io perché il sistema formativo del paese è stato raso al suolo. Eppure mi sono in qualche modo “elevato” rispetto alla mia condizione sociale di partenza. Per intenderci in Italia i figli di operai non scolarizzati che raggiungono la laurea rappresentano circa il 2 % degli iscritti. Quest'anno gli iscritti diminuiscono e non diminuiscono in modo omogeneo, l'omogeneità non esiste, ma i numeri ci dicono che il tasso di abbandono del percorso formativo è più alto tra chi arriva dalle scuole tecniche, da un punto di vista sociale, e dal sud Italia dal punto di vista geografico. Ecco, l'articolista non ci dice che spesso questi due indicatori si sovrappongono. Sei povero, vieni da un'area povera, ti iscrivi ad un professionale o ad un tecnico perché la prospettiva di lunga durata di una formazione liceale ti spaventa...ed, infatti oggi, la rimani. Alla ricerca di un impiego dequalificato perché l'università costa troppo perché i costi di un figlio fuori sede sono enormi. Perché in fondo chi se ne frega di prendere la laurea...tanto il lavoro non c'è. Quindi tanto vale restare disoccupato e con poca cultura che avere una vasta conoscenza delle ragioni della tua disoccupazione. Che poi capirlo mica ti aiuta a non essere più disoccupato, quindi, tanto vale andare a fare il cameriere con il diploma che con la laurea. Senza dimenticare che se sei al sud d'estate puoi fare lo stagionale e d'inverno qualche lavoretto per il “signore” del paese lo rimedi sempre. E si sa che i signori del Sud la letteratura comparata non l'hanno mai amata tanto. Vi è stato un momento in cui avevano bisogno di avvocati che li mettessero al riparo dalle patrie galere o di commercialisti che mettessero al sicuro i loro patrimoni. Oggi si candidano in parlamento fanno i condoni tombali, cambiano le leggi e via. Vuoi mettere quanti soldi risparmiati?
Mi sembrano passati secoli dal mio esame di 3 media. Avevo la febbre alta quel giorno. Mia madre mi accompagnò intabarrato come se stessi partendo per il fronte sul Volga. Alla fine dell'esame i miei professori di allora consigliarono ai miei genitori di iscrivermi al liceo. Mamma piena d'orgoglio...papà che mi guarda scettico e pensoso. Il liceo? E che se ne fa del liceo chiede ad una segaligna docente di lettere ex militante di Lotta Continua. Quella lo guarda con uno sguardo che allora mi diede un fastidio epidermico e che ho imparato a riconoscere, e ad odiare, negli anni, e gli risponde: beh la cultura è cibo per la mente. Mio padre, che ha sempre dovuto combattere per mettere in tavola il cibo per la pancia la guardò un po' confuso ma alla fine si fece convincere dall'entusiasmo di mia madre a cui, forse, non pareva vero di avere un figlio al liceo. Papà fino all'ultimo mi chiese se non avessi preferito diventare perito. Perito. Quanta storia e quanto orgoglio operaio in questa parola. Mi diceva diventa perito informatico..poi vedrai. Avessi fatto l'idraulico sarei senz'altro più ricco. Il resto è storia, personale, politica e di grandi botte di fortuna. Ecco sì, perché in realtà quasi tutto si riduce a quello. Sono stato sfacciatamente fortunato. Papà ha ceduto, ho incontrato persone molto più intelligenti di me che mi hanno spinto a leggere ed a cercare di capire. Una sola cosa non va via..come un tatuaggio. Io sono povero. Lo sguardo di quella professoressa di lettere della periferia di Milano che guarda mio padre...lo sguardo di alcuni colleghi che mi additano come l'orso in gabbia..come l'esempio che la scalata sociale è possibile ed il mio senso di estraneità ad entrambi i mondi che, a volte, mi fa quasi piacere la gabbia..me la fa quasi desiderare. Poi, però, mi rendo conto che quella è una gabbia. A questo se non altro è servito leggere tutte quelle fesserie...a rendermi conto che sono un orso in gabbia. Gioco con la palla, faccio lo slalom tra i birilli su una biciclettina scintillante in cambio di un favo di miele. Però riconosco la gabbia come tale, i birilli vorrei spaccarveli in testa e la bicicletta vorrei mi portasse via. Se non avessi studiato almeno un poco non ci riuscirei. Sì perché in assenza di istanze politiche che si accostino con rinnovato spirito anche pedagogico ai poveri..quelli accetteranno sempre la loro condizione come naturale. Intendiamoci un povero rimane povero per sempre, lo vedi da molte piccole cose. Avete mai visto come un povero si rimira quando mette un vestito un poco meno dozzinale del solito? Avete mai visto un povero lasciare del buon cibo nel piatto? Se sei povero lo rimani..averne coscienza è, però, il piccolo, enorme passo che ti separa dalla consapevolezza della gabbia.

lunedì 10 dicembre 2012

Social-tecnocrazia


Ecco, si ricandida Berlusconi. Bah, in fondo era prevedibile. Assuefazione al potere, nessuna voglia di finire in galera (come biasimarlo...), volontà di stiracchiare ancora un po' i tessuti del tempo. Non si arrende. Non può arrendersi. Lui, il creatore di un presente infinito di un giovanilismo assunto a sistema, non può arrendersi. Vi sono, credo, dietro questa scelta questioni personali e politiche.
I mercati crollano, l'Europa trema, eppure io non riesco ad essere preoccupato più di tanto. E questo mi preoccupa. Molti amici e colleghi sbraitano intorno a me e forse hanno ragione loro. Ma io non riesco a sentirmi preoccupato. Non solo perché non credo che vincerà mai. In realtà sono preoccupato d'altro. Non penso, infatti, che la democrazia rappresentativa, alla quale non sono affatto affezionato, sia in pericolo a causa della candidatura disperata di un povero vecchio che cerca tragicamente di evitare la galera. Il problema semmai è il berlusconismo. Un'idea fortissima nella sua debolezza. Un'idea di irrisione delle regole quali esse siano che si è insinuata profondamente sotto la pelle del corpo elettorale. Il liberismo, in fondo, portato alle sue conseguenze più estreme altro non è che la formalizzazione debole di una sola regola: quella del più forte. In questo Berlusconi è stato un maestro. Ha stravolto ogni visione temperata del liberalismo ed ha imposto una vulgata estremista del liberalismo. Lui era al di sopra delle regole perché era più forte. Un estremismo liberista, dunque? Nemmeno da lontano. In quanto più forte le regole le poteva piegare ad i suoi desideri in nome della libertà. Libertà da, attenzione...non di. Ma davvero il berlusconismo è stato un potere senza limiti? No, non lo è stato. Nemmeno il nazismo lo fu. Figuriamoci il berlusconismo. Vi è sempre stato un limite ben preciso al potere di quest'uomo: il consenso. Per questo parliamo di berlusconismo. La capacità straordinaria di creare intorno alla regola del più forte ed al disprezzo per tutte le altre leggi, un doppio consenso, uno popolare ampio ed uno di classe. Oggi entrambi queste forme di consenso, vacillano. Vacilla quello popolare che ha sofferto mortalmente la mancanza fisica del capo. La strategia era chiara: lasciare momentaneamente il potere al governo dei tecnocrati per poi giocare una campagna elettorale all'assalto delle manovre di austerità fatte da Monti. Quello che Berlusconi non aveva preso in considerazione è stata l'importanza della presenza fisica, quasi taumaturgica, del corpo del leader. Le masse assuefatte alla politica spettacolo, da lui stesso creata, si sono invaghiti in fretta di un nuovo guru mediatico e spettacolare: Beppe Grillo. Non credo sia un caso se il personaggio politico più in auge del momento sia un prodotto dell'industria dell'intrattenimento, anzi credo sia il normale coronamento a venti anni di berlusconismo. Grillo attacca il vecchio leader lo colpisce duramente con le sue stesse armi. Lo ridicolizza lo sbeffeggia, Berlusconi appare, di fronte al comico, un pugile suonato incapace di comprendere. Proprio lui che per anni aveva fondato sulla derisione dell'avversario (povera Rosy Bindi....) perde il confronto sul suo terreno; tempo della battuta e populismo boccaccesco. L'assenza del corpo spettacolarizzato/mitico/fisico del leader ha lasciato aperta una voragine mediatica nella quale Grillo si è infilato a dovere strappando a Berlusconi il monopolio della politica spettacolo. Vi è poi un altro terreno sul quale Berlusconi perderà le elezioni ed è quello della costruzione di un consenso di classe. Ce lo siamo detti tante volte, non è mai stato amato dalle grandi famiglie del capitalismo (straccione come le sue famiglie) italiano. Lo vedevano come un arricchito, l'ultimo arrivato, il borghese senza quarti di nobiltà che prova a comprarsi un titolo di nobiltà minore. Ed , infatti, non gli hanno mai concesso molto credito, neppure all'inizio fino a giungere ad un'aperta ostilità che dura oramai da parecchi anni. Ma il capitalismo italiano, si sa, non ha mai vissuto di grandi industrie e di dinastie secolari; anzi senza l'apporto statale le poche che abbiamo avuto la sfortuna di avere non sarebbero sopravvissute ai loro fondatori...il capitalismo italiano, così come la sua società è fatto di particolarismi. Piccole e medie imprese in grado di competere sui mercati grazie a due fasi ben distinte della nostra storia repubblicana: la via italiana ai bassi salari prima e la svalutazione della lira poi. Ecco è stato in quel sottobosco di imprenditori alla amatriciana che per anni hanno accumulato ricchezze sottratte ai lavoratori ed al fisco, che si annidava lo zoccolo duro del leghismo e del berlusconismo. Incantati dalla promessa di una minore (addirittura nulla nei sogni più sfrenati dei dentisti di Padova...) fiscalità si sono inebriati per anni delle promesse di leader improbabili, di acque del Po, di canottiere e bandane, di musicanti falliti e di puttane, di ostentazione di una volgarità che era anche la loro; fatta di eternit e schiave del sesso da caricare sul macchinone intestato alla ditta. Ecco nutriti dalla televisione si sono abbeverati a questa fonte per anni. Poi, anche loro, sono stati colpiti inesorabilmente dalla fine di questo sogno di immortalità del proprio fallo, fisico ed economico. Non c'è pastiglia blu che regga. Il capitalismo italiano è un malato terminale e non c'è promessa di baccanale che tenga. La mancanza di lungimiranza l'incapacità di una classe politica ed industriale che per decenni ha sperperato guadagni ingiusti (vi è una certa ironia nel fatto che siano stati sperperati dei guadagni ingiusti, a mio parere), un livello di corruzione e di familismo tribale inaudito e che è cresciuto nel corso degli anni del berlusconismo, hanno intaccato in profondità il tessuto civile del paese, come un cancro. Ma soprattutto la cura da cavallo iniziata dai tecnici ha avuto su questi poveri disgraziati l'effetto di un caffè con il sale dopo una sbronza. Non hanno ancora vomitato, e Dio solo sa cosa potrà accadere quando lo faranno, ma di sicuro in questo momento anche solo l'idea di bere ancora gli da la nausea.
Non so cosa succederà nel prossimo futuro, ma una cosa mi sembra piuttosto probabile: Berlusconi non vincerà le lezioni. Allora perché l'isteria dei mercati e dei governi di mezza Europa di fronte a questo annuncio? Insomma se queste cose le so io vi assicuro che le sanno anche i governi stranieri; quindi perché? Non ho una risposta ma credo di poter immaginare uno scenario nel quale saranno ancora i governi tecnici a privarci della restante democrazia rappresentativa erodendo i diritti sociali. Questo è più o meno quello che è accaduto fino ad oggi e non mi sembra che siano intervenute novità strutturali che possano dire che il quadro è cambiato. Negli anni'20 e '30 la Terza internazionale coniò il termine di social-fascismo. L'alleanza della sinistra moderata con i regimi borghesi. Si accorsero, forse tardi (ma è facile scriverlo oggi) che per sconfiggere il fascismo ci sarebbe stato bisogno dell'aiuto anche delle forze moderate. Forze moderate e in parte anche pezzi di classi popolari che divennero anti-fasciste solo sotto le bombe alleate e dopo anni di guerra disastrosa.
Anche oggi le forze moderate si schierano apertamente con le borghesie finanziarie di cui Monti è espressione diretta. Potremo chiamarla social-tecnocrazia. Non leggo il futuro, faccio lo storico e per quanto mi ostini a pensare che la storia sia la disciplina del futuribile, non leggo il futuro. Una cosa è certa, se il blocco storico formato dalle classi povere che stanno votando e voteranno i partiti della sinistra moderata, sarà in grado di dare una forma al conato che prima o poi erutterà dalla piccola borghesia in via di impoverimento, Berlusconi sarà stato l'ultimo dei nostri problemi...Giolitti docet...

giovedì 8 novembre 2012

Determinismi lusitani



Eccomi, finalmente a Lisboa. Sul divano di casa di amici. Loro non ci sono ed io condivido questa grande casa con il coinquilino spagnolo...un simpaticissimo modernista che cerco di salvare da una svolta vegetariana. Ce la faccio. Cucino la zuppa di polipo e lui..mangia. Ok non è ancora la salsiccia di sangue che io adoro ed alla cui vista lui rabbrividisce ma ho tempo... Ho vinto un contratto qui e quindi questa città che amo diverrà una specie di seconda casa. Non ho una prima casa, quindi, crearmene una seconda, che in quanto tale è ancora meno stabile della inesistente prima, mi pareva una soluzione eccellente. Ma dicevamo il contratto. Domani vado a firmare. Ho vinto la mia guerra personale contro la burocrazia. Ho tutti i documenti. Da gennaio si starà un po' a Lisbona ed un po' in giro per archivi. Progetto nuovo. In realtà non così nuovo ma insomma, bello. Accoglienza dei colleghi fantastica. Il docente che ha appoggiato la mia candidatura qui ha sparso voci inquietanti sul mio conto. Volevo ammazzarlo. Per carità molto carino da parte sua ma io in questo momento avevo voglia di rinchiudermi un poco nei miei archivi ed invece neppure son arrivato e mi chiedono di partecipare a duemila progetti. Tutti belli. Non me ne fotte una mazza. Io son qui a scrivere il mio libro. Ma in fondo nemmeno quello. Son qui per viaggiare, per capire meglio. Ho una grande fortuna. Nel dissesto generale che attraversa il mondo son finito in uno dei paesi più martoriati dalla cosiddetta crisi che sta squassando il pianeta da almeno 4 anni. Ed allora mentre giro la città sotto la pioggia (la pioggia obliqua di Lisbona...) guardo, osservo, cerco di cogliere i cambiamenti. Richiamo alla memoria la città che ho conosciuto anni fa. Sono molti i piccoli dettagli che mi colpiscono, palazzi in fase di ristrutturazione mollati lì come un panino sbocconcellato che va indurendosi su un tavolo, persone anziane che la sera frugano cassonetti, tanti poveri accasciati sotto i portici. Non straccioni, non barboni. Un uomo si fa la barba vicino al ponte 25 Aprile e poi torna a sedersi su di un cartone. Eh già la crisi qui morde. Pensioni tagliate del 60% e salari giù di circa il 40%! Austerità la chiamano....ri-accumulazione primitiva, ma questo sarebbe un altro post... Stasera si giocava Benfica Spartak di Mosca. Vado in un bar. Mangio baccalà alla brace con patate e olive. Ottimo chiaramente. E fumo. Sì in questo localino alla periferia di Lisboa tutti fumano, la birra te la danno in caraffe di alluminio, piatti robusti ed abbondanti. Mi sento a casa. Guardo la partita e contagiato dalla folla mi ritrovo a tifare Benfica. Io neppure li conosco i giocatori del Benfica ma con il mio idioma che è un misto di castellano (qui non lo sopportano molto...) e pugliese discetto di moduli, e strategie...Poi Cardozo si invola in area un nerboruto russo lo stende: rigore! Ora non ricordo se il giocatore dello Spartak fosse poi così nerboruto..ma giochi nello Spartak...un po' nerboruto dovrai esserlo per forza. Forse non era neppure russo...bah, comunque è rigore su questo non c'è dubbio! Cardozo sistema il pallone sul dischetto, prende la rincorsa e tira! Traversa piena! Peso del corpo troppo indietro vorrei dire...ma non lo dico...apro bocca e ne esce una sonora bestemmia in italiano! C'è un vecchio di fianco a me che si gira e mi guarda ed io penso, ecco adesso questo sarà un cattolico portoghese e l'ho offeso. Ride. Ride come un matto. I portoghesi sono un popolo atlantico...non ridono così spesso. Oggi con la crisi ancora meno. Mi guarda e mi dice: ma che fai ti arrabbi per una squadra che non è la tua oh italiano?
Ed io un po' inebetito rispondo...no m'incazzo per l'ingiustizia. Cardozo di segnare quel gol lo meritava. Le ingiustizie sono molte in questo paese mi dice. Io vorrei dirgli che anche nel mio ve ne sono parecchie ma mi sembra inadeguato e per una volta riesco a starmi zitto. Lui parte con una filippica contro il governo e la Troika ed io a quel punto non mi sto zitto ed a mia volta mi scaglio contro il capitalismo. Ma essendo abituato ad essere in minoranza, quasi mi scuso ed aggiungo no sai è un'analisi da bar..un po' vetero marxista. Mi guarda e ride ancora più forte di prima. Apre il portafoglio e sbatte orgoglioso sul tavolo la tessera del PCP! Partito comunista del Portogallo. Per chi non lo sapesse gli ultimi dei leninisti! Sorrido anche io adesso. Mi sento davvero a casa. Ed allora si discute un po' bevendo un poco di Porto che il proprietario del bar, anche lui iscritto al partito,ci offre. Un vecchio con i baffoni, basso, pingue e calvo che continua a citare Lenin ogni 3 parole mi fissa ed aggrottando la fronte così forte che le rughe della faccia ne formano una sola che gli scava il viso longitudinalmente, mi dice: la disoccupazione qui è troppo alta..se non lavorano come si alienano? E se non si alienano quando mai la svilupperanno la coscienza di classe? Finisco il mio porto...mi rimetto a camminare sotto la pioggia...mi sento leggero, sempre meno alieno e sempre più convinto che dobbiamo spiegare. Forse sono nel posto giusto, forse nel momento giusto. Non accade spesso ma a me questa logica un po' spicciola che pure non mi convince per niente mi da speranza.  

giovedì 20 settembre 2012

Zingaro

Mesi difficili miei cari lettori...mesi di limbo iperattivo. Su e giù per l'Italia come un deficiente, senza un soldo. Mesi di incontri voracissimi ed inutili, di offerte irrinunciabili che ho sdegnosamente declinato e di fissazioni infantili che si tramutano poi in solitarie adunate dei miei demoni, mesi di sconfitte e di perdite, di soldi (pochi) gettati al vento, di affetti, di vite (per fortuna altrui...) finite nella polvere , tutto immancabilmente affogato nel vino...di andate e ritorni violenti diceva Ligabue in una canzone...
Mesi attraversati da idee vetuste; il fascismo movimento che è in movimento, a sentire i fascisti, da quasi un secolo, ma non si sa dove va...si sa bene dove mandava gli oppositori in compenso. Io intanto i suddetti fascisti turbo incazzati contro il capitalismo, il liberismo, il comunismo e forse pure l'onanismo, li intervisto. Progetto vecchio con il vestito nuovo (stasera citazioni alte...). Qualche amico nuovo che mi prospetta viaggi fisici e mentali da Creta ad insegnare all'università (forse un semestre dal prossimo settembre...) al mio maschilismo combattuto a colpi di canzoni di Madonna. Ho raccolto più di qualche consiglio sul mio look che è stato definito inadeguato alla mia età. Io continuo imperterrito a sentirmene 27 che ci posso fare? Oddio quando ne avevo 27 avevo il cipiglio marziale del soldato marxista...e quindi a parte l'abbigliamento che sempre quello è rimasto, me ne davano di più...oggi ho l'aria scanzonata del fancazzista ubriaco e me ne danno un po' di meno...nel frattempo ho raccolto un nuovo soprannome che mi si è incollato addosso come una seconda pelle: zingaro. In versioni più o meno vezzeggiative ma insomma quello. Mi piace. Ammetto che mi piace. Ho un amico che studia gli zingari da una vita. Dovrei chiedere di farmi affiliare a una qualche tribù. Che ne so se scavo bene nel mio complesso albero genealogico pieno di terroni, turchi, vandali e visigoti vuoi che non esca fuori un cazzo di Rom? O almeno un Sinti. Ma torniamo allo zingaro. Non so ma me lo sento vicino...gli indiani d'America avevano l'animale totemico perché io non posso avere lo zingaro totemico? Uno spirito, inteso anche come gradazione alcolica, che mi accompagna e mi mostra la via veloce per perdermi e rendere il mio nomadismo qualcosa di meno rituale e più strutturale. Sto anche per disfarmi della casa che avevo a Milano. Ora son qui che inscatolo libri mentre attendo che i fratelli gitani della terra lusitana si decidano ad invitarmi per un po' ad appropriarmi di un po' di denaro pubblico.
Il mio essere zingaro ne soffre. Il borghese che è in me, e che non ho ancora ucciso come suggeritomi dai nuovissimi fascisti, un po' si strugge per l'abbandono di questo nido che avrebbe dovuto servire a ben altri scopi. Ma il mio spirito zingaro mi offre vie d'uscite inaspettate. Talmente inaspettate che mi sono ancora sconosciute...eppure le sento arrivare. Si materializzano intorno a me figure strane che non mi appartengono. Affaristi ed imbroglioni che mi riconoscono, per la seconda parte, come un potenziale nuovo compagno di merende...ma non siamo uguali. Loro non mi appartengono.
Del resto come potrebbero? Sono uno zingaro dicono, quindi, non appartengo a nessuno e come potrebbe appartenermi qualcosa? Chissà, forse il mio spirito totemico contagerà un poco anche loro e potrebbero diventare meno affaristi...più imbroglioni non è possibile.
Lo zingaro poi ha alcune peculiarità che mi si addicono...oddio altre, come sposarsi a 14 anni molto meno (non tanto per l'età è il matrimonio proprio che non mi è consono..). Lo zingaro è nomade. Viaggia per necessità. Eccomi mesi senza un soldo dicevamo e ci si sposta a caccia di sopravvivenze precarie; Ha un codice di abbigliamento tutto suo. Ma alla tua età le felpe larghe col cappuccio? Sì e non me ne frega niente, mi piacciono sono comode non mi accorgo, forse, degli sguardi di voi fashion addicted...io mi vesto al mercato e compro solo cose comode. A volte mi hanno imbrigliato in costumi carnevaleschi nei quali francamente non mi riconoscevo...durata massima 1 giorno. Lo zingaro ruba. Vogliamo davvero parlarne? Siamo precari abbiamo detto...quindi poveri...oggi sappiamo che è un delitto non rubare quando si ha fame...Poi di non solo pane vive l'uomo..si sa.
Lo zingaro vive in comunità allargate ammassate nel caos...a luglio eravamo in 7 in 2 locali...un solo bagno, tutti maschi. Non è vero che donne e maschi sono uguali. Loro si lavano...e puliscono l'ambiente circostante...noi maschi abbiamo standard differenti. Ci laviamo per carità. Poi secondo me l'uomo che usa il profumo dovrebbe essere arrestato...Puliamo anche l'ambiente nel quale viviamo è che facciamo parte di una corrente di pensiero che aborrendo i vaccini crede che ciò che non t'ammazza fa anticorpi...ma soprattutto non riesco a vivere troppo tempo da solo. Ho bisogno della mia tribù dei miei amici di fianco a me. Mi riconosco nel gruppo come ogni zingaro e la tribù è più importante di tutto.
Quindi sommariamente sono molto più zingaro di quanto pensassi. Questa cosa mi diverte, forse dovrebbe turbarmi. Per un momento pensavo che sarei anche riuscito a costruirmi una realtà normale. Un lavoro, una casa, una sola donna...quelle cose li insomma. Cose che conosco bene ma alle quali mi sono disabituato. In questi mesi alcuni di voi miei cari lettori mi avevano quasi fatto ricredere e pensavo di dover tornare ad una dimensione stanziale e quindi più controllabile del mio essere. E proprio l'elemento che avrebbe dovuto essere normalizzante mi ha fatto riscoprire la mia intima natura nomade. Ora non dico che tutte queste specificità debbano forzosamente presentarsi insieme. Ad esempio un poco di soldi non sarebbero sgraditi che rubare è una fatica. Non credete a chi vi dice che i ladri non hanno voglia di lavorare...si fanno un culo così. Quasi quasi si fa meno fatica a lavorare. Massimo rispetto per i ladri...categoria che sto imparando a rispettare...quasi quanto gli zingari che, in effetti, spesso, rubano.
In attesa, dunque, che il mio spirito guida si decida a mostrarmi una via qualunque io m'incammino. Sono felice così. Lo so che sembra strano a tutti ma vivo una grande fortuna: i miei piedi sono più veloci della mia anima. Quando quella è ancora fissata su di un luogo, fisico o mentale che sia, quelli già mi hanno portato da un'altra parte. L'anima si guarda in giro un po' confusa, fa spallucce e si adatta...in fondo è un'anima da zingaro.