giovedì 9 ottobre 2014

ISIS, 2 o 3 cose che so di loro...

Due anni fa mi trovai a scrivere un report sulla situazione siriana. Dopo un'analisi dettagliata di dati e interviste mi trovai a dire che per quanto Bashar al Assad fosse un leader debole e con scarse idee, i suoi oppositori interni mi sembravano pericolosi estremisti religiosi spinti oltre che dal fanatismo da un'idea transnazionale del conflitto tra Islam ed occidente che andava stroncata in maniera decisa. E per intenderci con decisa intendo militarmente decisa. Questa posizione attirò una serie di critiche e di veri e propri scontri verbali con vari esponenti della sinistra italiana; risposi a questi amici che erano degli imbecilli; oggi di fronte alle guerrigliere curde decapitate dalle milizie sunnite non posso che ribadire il concetto. Ma questo non è un intervento su quanto poco la sinistra europea abbia compreso del medio oriente.
Cos'è l'ISIS? Questo vuole essere il centro di questo breve intervento: credo che la definizione migliore che possa venirmi in mente è quella data da Carl Schmitt nella sua definizione del partigiano: un gesuita della rivoluzione che agisce al di fuori dei confini ed è, per questi motivi, instancabile e difficile da sconfiggere.
L'ISIS è un'organizzazione transnazionale (una federazione di molte sigle differenti, alcune ex avversarie dello stesso campo politico assorbite): questa sua trans-nazionalità gli è data da una sua caratteristica ontologica, la fede religiosa. Come ogni guerrigliero la propria fede, o ideologia a seconda dei casi, lo porta ad avere un approccio totalizzante e totalitario al mondo del politico; la politica è costruzione dell'identità; questo processo avviene sia in modo positivo, attraverso l'individuazione di una cultura e di un ehtos comune ad un gruppo, sia attraverso l'individuazione di un nemico. Quel nemico per l'estremismo islamico si chiama modernità. Non è semplice definire la modernità e non è mia intenzione tentare di farlo in questa sede ma tanto per intenderci qui si parla della maggiore acquisizione della Rivoluzione francese: la laicità, la divisione tra sfera pubblica e privata, e soprattutto ed in conseguenza di ciò, tra Stato e religione. Ecco questo passaggio è inimmaginabile per il radicalismo religioso. Attenzione non solo per quello islamico; uno degli ultimi attacchi filosofici portati alla modernità porta la firma di un eminente teologo cristiano Joseph Ratzinger. Per un estremista religioso Dio è la fonte prima del diritto, regola e informa cultura, politica e persino l'economia. Nulla può trascendere Dio, in quanto essere trascendente.
Per nostra grande fortuna l'estremismo cristiano in occidente è una forma minoritaria, seppur in aumento, della modalità in cui i cattolici vivono socialmente la loro fede; altro si potrebbe dire per alcune tendenze del protestantesimo. Questo non è accaduto e non accade, non in virtù del primato di superiorità di una confessione su di un'altra ma solo perché in alcuni paesi vi sono state le rivoluzioni liberali e socialiste che hanno radicato una cultura altra nelle coscienze di molti. Questo processo non è avvenuto nei paesi arabi; né in quelli di dominazione Ottomana né in altri. Le cause sono svariate e non abbiamo il tempo e lo spazio in questa sede per parlarne; di certo insieme ad una serie di fattori endogeni alle culture di quelle società non possiamo non nominare 5-6 secoli di sottosviluppo dovuto a dominazioni coloniali, in special modo quella turco ottomana.
Senza questo elemento culturale fondamentale non vi è processo di esportazione della democrazia che tenga; questo ritengo sia stato e sia alla base dei ripetuti fallimenti delle strategie americane ed europee degli ultimi 20 anni. Che la democrazia la si voglia imporre a suon di bombe o comprare a suon di primavere e di blog, quel sistema è alieno a quella cultura. Perché negli ultimi 20 anni questo si è fatto; si è tentato disperatamente di mutare la cultura e le tradizioni di interi popoli che basano la propria vita quotidiana su di un testo sacro e sulle sue innumerevoli interpretazioni. Prima che ciò accadesse, però, per circa mezzo secolo quello stesso estremismo islamico è stato foraggiato, coccolato fatto crescere ed utilizzato in funzione anti-sovietica. Ancora oggi vengono finanziati ed armati da paesi occidentali gruppi dell'estremismo islamico o del radicalismo neo-nazista in mezzo mondo. Il patriottismo del profitto vola laddove esistano gli interessi del capitale.
Nulla di strano, si sventra l'Ucraina lasciandola in mano a bande di barbari così com'è accaduto con la Libia e prima nei Balcani martoriati da anni di propaganda etno-fantascientifica. Sarajevo negli anni '80 del novecento era uno splendido luogo fatto di minareti, sinagoghe, campanili. Oggi grazie alla ricostruzione finanziata da sultani ed emiri sauditi le sinagoghe non esistono quasi più, le chiese cattoliche, soprattutto quelle di rito ortodosso sono state spazzate via, e le scuole coraniche insegnano il wahhabismo, la versione più radicale dell'islam sunnita. In compenso i corridoi logistici che attraversano quei paesi sono diventati estremamente economici; molto più economici del periodo Jugoslavo; stesso dicasi per il petrolio libico finito da mani italiane a quelle francesi ed inglesi; certo a patto che riescano mai ad estrarlo. L'Iraq di Saddam Hussein, quello in cui le donne andavano tranquillamente all'università senza velo in testa, parlava negli anni '90 di vendere il petrolio in euro invece che in dollari. Pare che il progetto sia stato rapidamente accantonato.
Quello che sta avvenendo oggi al confine tra Siria e Turchia è un riassetto imperialistico delle forze nazionali ed internazionali che agiscono in quei teatri; nulla di più. La Turchia riassapora nostalgie ottomane e vuol ricostruire una zona d'influenza imperiale; l'Iran è il principale partner degli US e sa che per essere assurto a questa posizione di privilegio, senza aver rotto con Mosca, qualche fio deve pur pagarlo. La Siria, e le alture del Golan, doveva essere questo fio; questo agnello sacrificale che gli US avrebbero portato in dono ad Israele in cambio della perdita di centralità di Tel Aviv in quella regione.
Cos'è dunque l'ISIS? Null'altro che il risultato perverso di spericolati esperimenti politici andati, forse, fuori controllo. L'ISIS è la scusa, il movente per intervenire in una regione ancora drammaticamente centrale da un punto di vista strategico. Attenzione, però, non v'è strategia alcuna. Si sono, nel frattempo, create le condizioni cui s'accennava poc'anzi, senza sapere in maniera precisa che fare. Anche perché il che fare si scontra con l'aporia insita tra un imperialismo ancora ancorato a forme nazionali ed un nemico-mostro, sfuggito ai comandi dei propri creatori, che ragiona e si muove sull'onda di un'antichità modernissima: il web e la rete come veicoli di un pensiero anti-moderno. Trovo beffardamente simpatico che i più accaniti combattenti del Jihad 2.0 siano spesso occidentali convertiti. Simboli viventi di quest'aporia, fuggono le proprie radici nazionali per abbracciare una fede globale; rispondono in maniera pre-moderna alla sfida della globalizzazione, trovano un elemento globalizzante. La democrazia rappresentativa soffre morente ai piedi di frau Merkel e decine di proletari europei o americani abbracciano l'Islam radicale. Alla storia non è mai mancata l'ironia.
Fino a qualche settimana fa questo quadro sembrava avviarsi verso un'evoluzione prevedibile: una qualche coalizione di volenterosi si stava formando avrebbero sganciato un po' di bombe messo in piedi un qualche cordone sanitario e si sarebbero spartiti quel pezzo di territorio che ad oggi abbraccia il confine tra 2 stati, uno fantoccio, l'Iraq, e l'altro in profonda crisi, la Siria. Poi, però, è avvenuto qualcosa, qualcosa, forse di non previsto: il PKK. Attenzione non i curdi. I comunisti del PKK. I curdi, infatti, i famosi Pesmerqa (per intenderci l'ala nazionalista del movimento Curdo) erano già stati coinvolti in quanto fedeli alleati US e la loro resistenza si era squagliata come neve al sole nel giro di poche ore; quando sei il servo di un padrone lontano ed assenteista la tua fedeltà viene meno, il sud Italia insegna.
Ed invece al confine tra Turchia e Siria sono apparsi come mitologici guerrieri dalle rocce delle montagne queste meravigliose schiere di comunisti. Comunisti; non chiamateli, per dio, in alcun altro modo; li ho conosciuti piuttosto bene sia in Italia che tra i loro monti e sono marxisti-leninisti.
Oggi la Turchia chiude le proprie frontiere ai civili in fuga lasciandoli massacrare dai terroristi sunniti; ma non fa solo questo. Vieta il passaggio ai guerriglieri del PKK che vorrebbero raggiungere i loro compagni in territorio siriano. Che i sunniti sterminino pure i comunisti del PKK a ciò che si possano risolvere 2 problemi insieme: entrare in territorio siriano, liberandolo col placet della comunità internazionale dalla minaccia sunnita, rivendicando poi un ruolo di potenza regionale,ed allo stesso tempo ci si liberi del problema del PKK. Come i sovietici sul lato destro della Vistola nell'ottobre del 1944 quando lasciarono che i nazisti distruggessero Varsavia prima di intervenire.
Ancora una volta: lo scontro in atto è scontro di classe che ha da tempo travalicato mere questioni nazionaliste; siamo di fronte a differenti strategie imperialiste, quella US e quella turca nella quale L'ISIS, i freedom fighters di ieri sono i terroristi di oggi; una solo cosa rimane intatta, pura e cristallina: i comunisti del PKK e la loro lotta.
Questa sera parlando con alcuni amici mi si diceva che un centinaio di anarchici europei stanno partendo alla volta del fronte per unirsi ai combattenti del PKK: forse in un mondo transnazionale per combattere e sconfiggere un fascismo religioso servono ancora le brigate internazionali. Forse è questa la risposta politica più adatta e migliore alla quale possiamo pensare; non dico che militarmente possa essere vincente sicuramente lo è politicamente e moralmente. Mentre i governi borghesi parleranno per altre settimane del che fare immobilizzati nelle loro cornici globali fatte di imperialismi a geometrie variabili, che i comunisti, ancora una volta, combattono.  

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