Due anni fa mi trovai a
scrivere un report sulla situazione siriana. Dopo un'analisi
dettagliata di dati e interviste mi trovai a dire che per quanto
Bashar al Assad fosse un leader debole e con scarse idee, i suoi
oppositori interni mi sembravano pericolosi estremisti religiosi
spinti oltre che dal fanatismo da un'idea transnazionale del
conflitto tra Islam ed occidente che andava stroncata in maniera
decisa. E per intenderci con decisa intendo militarmente decisa.
Questa posizione attirò una serie di critiche e di veri e propri
scontri verbali con vari esponenti della sinistra italiana; risposi a
questi amici che erano degli imbecilli; oggi di fronte alle
guerrigliere curde decapitate dalle milizie sunnite non posso che
ribadire il concetto. Ma questo non è un intervento su quanto poco
la sinistra europea abbia compreso del medio oriente.
Cos'è l'ISIS? Questo
vuole essere il centro di questo breve intervento: credo che la
definizione migliore che possa venirmi in mente è quella data da
Carl Schmitt nella sua definizione del partigiano: un gesuita della
rivoluzione che agisce al di fuori dei confini ed è, per questi
motivi, instancabile e difficile da sconfiggere.
L'ISIS è
un'organizzazione transnazionale (una federazione di molte sigle differenti, alcune ex avversarie dello stesso campo politico assorbite): questa sua trans-nazionalità gli è
data da una sua caratteristica ontologica, la fede religiosa. Come
ogni guerrigliero la propria fede, o ideologia a seconda dei casi, lo
porta ad avere un approccio totalizzante e totalitario al mondo del
politico; la politica è costruzione dell'identità; questo processo
avviene sia in modo positivo, attraverso l'individuazione di una
cultura e di un ehtos comune ad un gruppo, sia attraverso
l'individuazione di un nemico. Quel nemico per l'estremismo islamico
si chiama modernità. Non è semplice definire la modernità e non è
mia intenzione tentare di farlo in questa sede ma tanto per
intenderci qui si parla della maggiore acquisizione della Rivoluzione
francese: la laicità, la divisione tra sfera pubblica e privata, e
soprattutto ed in conseguenza di ciò, tra Stato e religione. Ecco
questo passaggio è inimmaginabile per il radicalismo religioso.
Attenzione non solo per quello islamico; uno degli ultimi attacchi
filosofici portati alla modernità porta la firma di un eminente
teologo cristiano Joseph Ratzinger. Per un estremista religioso Dio è
la fonte prima del diritto, regola e informa cultura, politica e
persino l'economia. Nulla può trascendere Dio, in quanto essere
trascendente.
Per nostra grande fortuna
l'estremismo cristiano in occidente è una forma minoritaria, seppur
in aumento, della modalità in cui i cattolici vivono socialmente la
loro fede; altro si potrebbe dire per alcune tendenze del
protestantesimo. Questo non è accaduto e non accade, non in virtù
del primato di superiorità di una confessione su di un'altra ma solo
perché in alcuni paesi vi sono state le rivoluzioni liberali e
socialiste che hanno radicato una cultura altra nelle coscienze di
molti. Questo processo non è avvenuto nei paesi arabi; né in quelli
di dominazione Ottomana né in altri. Le cause sono svariate e non
abbiamo il tempo e lo spazio in questa sede per parlarne; di certo
insieme ad una serie di fattori endogeni alle culture di quelle
società non possiamo non nominare 5-6 secoli di sottosviluppo dovuto
a dominazioni coloniali, in special modo quella turco ottomana.
Senza questo elemento
culturale fondamentale non vi è processo di esportazione della
democrazia che tenga; questo ritengo sia stato e sia alla base dei
ripetuti fallimenti delle strategie americane ed europee degli ultimi
20 anni. Che la democrazia la si voglia imporre a suon di bombe o
comprare a suon di primavere e di blog, quel sistema è alieno a
quella cultura. Perché negli ultimi 20 anni questo si è fatto; si è
tentato disperatamente di mutare la cultura e le tradizioni di interi
popoli che basano la propria vita quotidiana su di un testo sacro e
sulle sue innumerevoli interpretazioni. Prima che ciò accadesse,
però, per circa mezzo secolo quello stesso estremismo islamico è
stato foraggiato, coccolato fatto crescere ed utilizzato in funzione
anti-sovietica. Ancora oggi vengono finanziati ed armati da paesi
occidentali gruppi dell'estremismo islamico o del radicalismo
neo-nazista in mezzo mondo. Il patriottismo del profitto vola laddove
esistano gli interessi del capitale.
Nulla di strano, si
sventra l'Ucraina lasciandola in mano a bande di barbari così com'è
accaduto con la Libia e prima nei Balcani martoriati da anni di
propaganda etno-fantascientifica. Sarajevo negli anni '80 del
novecento era uno splendido luogo fatto di minareti, sinagoghe,
campanili. Oggi grazie alla ricostruzione finanziata da sultani ed
emiri sauditi le sinagoghe non esistono quasi più, le chiese
cattoliche, soprattutto quelle di rito ortodosso sono state spazzate
via, e le scuole coraniche insegnano il wahhabismo, la versione più
radicale dell'islam sunnita. In compenso i corridoi logistici che
attraversano quei paesi sono diventati estremamente economici; molto
più economici del periodo Jugoslavo; stesso dicasi per il petrolio
libico finito da mani italiane a quelle francesi ed inglesi; certo a
patto che riescano mai ad estrarlo. L'Iraq di Saddam Hussein, quello
in cui le donne andavano tranquillamente all'università senza velo
in testa, parlava negli anni '90 di vendere il petrolio in euro
invece che in dollari. Pare che il progetto sia stato rapidamente
accantonato.
Quello che sta avvenendo
oggi al confine tra Siria e Turchia è un riassetto imperialistico
delle forze nazionali ed internazionali che agiscono in quei teatri;
nulla di più. La Turchia riassapora nostalgie ottomane e vuol
ricostruire una zona d'influenza imperiale; l'Iran è il principale
partner degli US e sa che per essere assurto a questa posizione di
privilegio, senza aver rotto con Mosca, qualche fio deve pur pagarlo.
La Siria, e le alture del Golan, doveva essere questo fio; questo
agnello sacrificale che gli US avrebbero portato in dono ad Israele
in cambio della perdita di centralità di Tel Aviv in quella regione.
Cos'è dunque l'ISIS?
Null'altro che il risultato perverso di spericolati esperimenti
politici andati, forse, fuori controllo. L'ISIS è la scusa, il
movente per intervenire in una regione ancora drammaticamente
centrale da un punto di vista strategico. Attenzione, però, non v'è
strategia alcuna. Si sono, nel frattempo, create le condizioni cui
s'accennava poc'anzi, senza sapere in maniera precisa che fare. Anche
perché il che fare si scontra con l'aporia insita tra un
imperialismo ancora ancorato a forme nazionali ed un nemico-mostro,
sfuggito ai comandi dei propri creatori, che ragiona e si muove
sull'onda di un'antichità modernissima: il web e la rete come
veicoli di un pensiero anti-moderno. Trovo beffardamente simpatico
che i più accaniti combattenti del Jihad 2.0 siano spesso
occidentali convertiti. Simboli viventi di quest'aporia, fuggono le
proprie radici nazionali per abbracciare una fede globale; rispondono
in maniera pre-moderna alla sfida della globalizzazione, trovano un
elemento globalizzante. La democrazia rappresentativa soffre morente
ai piedi di frau Merkel e decine di
proletari europei o americani abbracciano l'Islam radicale. Alla
storia non è mai mancata l'ironia.
Fino a qualche settimana
fa questo quadro sembrava avviarsi verso un'evoluzione prevedibile:
una qualche coalizione di volenterosi si stava formando avrebbero
sganciato un po' di bombe messo in piedi un qualche cordone sanitario
e si sarebbero spartiti quel pezzo di territorio che ad oggi
abbraccia il confine tra 2 stati, uno fantoccio, l'Iraq, e l'altro in
profonda crisi, la Siria. Poi, però, è avvenuto qualcosa, qualcosa,
forse di non previsto: il PKK. Attenzione non i curdi. I comunisti
del PKK. I curdi, infatti, i famosi Pesmerqa (per intenderci l'ala
nazionalista del movimento Curdo) erano già stati coinvolti in
quanto fedeli alleati US e la loro resistenza si era squagliata come
neve al sole nel giro di poche ore; quando sei il servo di un padrone
lontano ed assenteista la tua fedeltà viene meno, il sud Italia
insegna.
Ed invece al confine tra
Turchia e Siria sono apparsi come mitologici guerrieri dalle rocce
delle montagne queste meravigliose schiere di comunisti. Comunisti;
non chiamateli, per dio, in alcun altro modo; li ho conosciuti
piuttosto bene sia in Italia che tra i loro monti e sono
marxisti-leninisti.
Oggi la Turchia chiude le
proprie frontiere ai civili in fuga lasciandoli massacrare dai
terroristi sunniti; ma non fa solo questo. Vieta il passaggio ai
guerriglieri del PKK che vorrebbero raggiungere i loro compagni in
territorio siriano. Che i sunniti sterminino pure i comunisti del PKK
a ciò che si possano risolvere 2 problemi insieme: entrare in
territorio siriano, liberandolo col placet della comunità
internazionale dalla minaccia sunnita, rivendicando poi un ruolo di
potenza regionale,ed allo stesso tempo ci si liberi del problema del
PKK. Come i sovietici sul lato destro della Vistola nell'ottobre del
1944 quando lasciarono che i nazisti distruggessero Varsavia prima di
intervenire.
Ancora una volta: lo
scontro in atto è scontro di classe che ha da tempo travalicato mere
questioni nazionaliste; siamo di fronte a differenti strategie
imperialiste, quella US e quella turca nella quale L'ISIS, i freedom
fighters di ieri sono i terroristi di oggi; una solo cosa rimane
intatta, pura e cristallina: i comunisti del PKK e la loro lotta.
Questa sera parlando con
alcuni amici mi si diceva che un centinaio di anarchici europei
stanno partendo alla volta del fronte per unirsi ai combattenti del
PKK: forse in un mondo transnazionale per combattere e sconfiggere un
fascismo religioso servono ancora le brigate internazionali. Forse è
questa la risposta politica più adatta e migliore alla quale
possiamo pensare; non dico che militarmente possa essere vincente
sicuramente lo è politicamente e moralmente. Mentre i governi
borghesi parleranno per altre settimane del che fare immobilizzati
nelle loro cornici globali fatte di imperialismi a geometrie
variabili, che i comunisti, ancora una volta, combattono.
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