domenica 13 maggio 2012

La lettera scarlatta 



Hanno sparato. Hanno gambizzato. La gambizzazione non è solo ferita del corpo. La gambizzazione è un simbolo, uno stigma, un marchio a fuoco. Una lettera scarlatta che segna a vita chi la subisce. Una specie di rituale che non soltanto punisce ma ti indica per sempre come passibile di altre punizioni. La gambizzazione ti rende un capro espiatorio. Nel corso degli anni di piombo, il decennio 1974-1987, le Br hanno utilizzato questa tecnica tante, troppe volte. In questo, così come in altre cose, emulate da altri gruppi dell'estremismo armato di sinistra. Questo è avvenuto ed avveniva, spesso, anche grazie al supporto sociale, numericamente esiguo ma non inesistente, che quel gruppo aveva costruito intorno a sé. Sparare non è facile. Nemmeno per i professionisti. Si guardi alle percentuali di tiro che un soldato scelto totalizza al poligono e quelle che lo stesso è in grado di realizzare in guerra. Sparare, nemmeno quando sei addestrato a farlo, nemmeno quando un'istituzione totale come l'esercito ti aiuta a spersonalizzare il nemico, non è facile. Allora la domanda che oggi dobbiamo porci noi, non gli inquirenti che sono ovviamente pressati da altre preoccupazioni, è sempre la solita: perché? Chiunque abbia sparato qualunque possa essere la sua matrice politica. Sento parlare confusamente di anarchici ma sarà per il brutto sapore che ci hanno lasciato in bocca i crimini degli anni di piombo ogni volta che s'incolpa un anarchico a me sorgono atroci dubbi. Potrebbero essere cellule impazzite dell'estremismo di sinistra? Sì perché no. Qualche giorno fa un singolo imprenditore della bergamsca ha tenuto in ostaggio un impiegato dell'ufficio delle entrate per ore. Siamo di fronte ad un'ondata di suicidi causati dalla disperazione sociale di un intero paese che sta perdendo drammaticamente la fiducia nella mediazione della politica. Anzi che vede la politica come uno dei mali e non come uno dei rimedi. Le tante sentenze sulle stragi, il berlusconismo con la sua tracotanza personalista e con i suoi attacchi contro la magistratura sicuramente non hanno aiutato. Lo Stato, non necessariamente quello democratico, ha bisogno di fede. Se non ci credi, se non pensi intimamente che quelle realtà istituzionali siano, anche solo in ultima istanza, una opportunità, allora lo spazio che ti separa dal pensarle come un nemico è davvero molto breve. Quando questo spazio è un angusto dramma personale ci si suicida o si tentano azioni spettacolari e spettacolarizzanti. Quando si trova un qualche genere di collante ecco che la forma cambia. La sostanza a volte non molto. Perché la somma di contraddizioni diventi strategia politica ci vuole l'ideologia e non lo spettacolo. Ecco negli ultimi decenni abbiamo pervicacemente distrutto l'ideologia a vantaggio dello spettacolo. Il risultato oltre ad essere desolante potrebbe divenire estremamente violento. Già perché l'ideologia, anche quando assume forme fanatiche, ha un quadro di riferimento entro il quale si può operare. La somma di disperazioni spettacolarizzanti no. Il terrorismo è da sempre una forma di comunicazione che si affida alla capacità di sviluppare emozioni. Smuovere le coscienze anche con gesti estremi. Ma dove sta l'estremo? Dov'è il margine del campo? Questo lo stabiliscono le condizioni strutturali. Ed allora qual è il margine strutturale che è stato varcato gambizzando un dirigente Ansaldo? Anni fa, di fronte alle gambizzazioni, le Br raccoglievano molte critiche ma pure qualche sostegno. Espresso a mezza bocca...ci si dava di gomito in catena di montaggio. Si pensava che quella fosse la legittima restituzione della violenza subita. Fortunatamente era questa l'opinione di pochi. Ora se oggi qualcuno gambizza un altro essere umano o è completamente schiavo del meccanismo della spettacolarizzazione o ha un qualche esiguo rimasuglio di base sociale. Non so davvero cosa sia più preoccupante. Entrambe queste situazioni si dipanerebbero, infatti, fuori da qualunque reale contesto ideologico. Non tattico sia chiaro. Ma la tattica militare necessita di un'organizzazione. Il dott. Adinolfi è stato seguito per giorni. È stata fatta quella che in altri tempi si chiamava l'inchiesta. Questo può far pensare con terrore, questa volta sì, ad una struttura. E le strutture sono esseri viventi. Hanno bisogno di terreno fertile dove mettere radici, di acqua in cui nuotare, di cibo e di aria. Se tra le pieghe di questa drammatica crisi economica e sociale si stesse annidando qualcosa che pensavamo di aver sconfitto la colpa sarebbe, in parte, anche nostra. Non per non aver vigilato ma per aver rese possibili siffatte condizioni. Non è una giustificazione verso chi a compiuto un atto vigliacco ma un augurio a che non le si chiami nuovamente “sedicenti”, a che non si indichi in un anarchico qualunque il colpevole. Di fronte alle organizzazioni si reagisce organizzati. Oggi, la società e lo stato italiano mi paiono ben poco organizzati. E questo mi terrorizza.

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